L’orgoglio parte a cavallo e se ne torna a piedi.
L’orgoglio parte a cavallo e se ne torna a piedi.
L’orgoglio parte a cavallo e se ne torna a piedi.
L’orgoglio parte a cavallo e se ne torna a piedi.
L’orgoglio parte a cavallo e se ne torna a piedi.
L’orgoglio parte a cavallo e se ne torna a piedi.
L’orgoglio parte a cavallo e se ne torna a piedi.
L’orgoglio parte a cavallo e se ne torna a piedi.
L’orgoglio parte a cav…
Sarà solo la curiosità di chiedere a Bart Simpson quante righe servano per imparare la lezione a fermarmi.
“NADA.”
Noto un leggero fastidio agli occhi: colpa dello schermo, sentenzio.
Quello stesso schermo che mi porge la mano raccontandomi di come l’uomo, in quanto animale, ha vissuto per millenni allenando la vista agli spazi aperti.
“Esci!”, sembra suggerirmi, da buon amico.
Noto una scomoda calamita alla testa: colpa di… colpa dell’oggetto del mio pensiero? O colpa mia che ci casco e overthinko?
L’oggetto del pensiero è la solidità della mia adultezza: il project work da consegnare entro maggio, la soglia di galleggiamento dei numeri del mio conto in banca, la vita in un appartamento condiviso dove è l’aggettivo stesso “condiviso” ad essere divisivo… cose. Cose che, non appena mi sveglio, catturano la mia attenzione, rendendo distratta la mia pratica meditativa quotidiana.
Durante la mia prima settimana qui a Valencia, incontrai un ragazzo: il solito amico di amici di amici che “ah vai a Valencia? Ti giro il contatto di un mio amico che vive là! Andrete sicuramente d’accordo!” Ma le persone non godono della proprietà transitiva. Non sono numeri. Né tantomeno sono materia. Le persone sono un’indecifrabile costellazione di volti, spazi, sentimenti, sorrisi… ed in questo insorgere di definizioni che mi scaravento sullo scoglio come un polpo, ritornando alla linearità della narrazione. Durante la mia prima settimana qui a Valencia, incontrai un ragazzo, anche lui scrittore. Ci presentammo e subito iniziammo a parlare del nostro rapporto con le parole e del luogo dove ci piaceva incontrarle.
“Scrivi su carta?”, una domanda assai frequente; oppure: “Come gestisci l’impegno e l’atto creativo?”, per i più audaci che hanno intrapreso la strada della carriera letteraria. Domande che, sentite e risentite, definiscono una sorta di comunità di persone avvezze all’uso, o alla ricerca, del racconto come mezzo per dileguarsi rettile nella realtà.
Insomma conobbi questo ragazzo che, nell’atto impavido di scrivere un libro, si imbatté nella mia burrasca: “Come lo scrivi? Ti imponi tot battute al giorno? Hai già in testa il plot? Parti da una scaletta o vai di flusso?”
“Guarda Jacopo, non ti voglio dire molto. E non lo voglio fare per preservare il mio personalissimo modo di fare le cose. Quel che è certo però, è che anche adesso, in questo istante durante il quale io e te stiamo parlando qui in questa piazza, anche in questo momento io quel libro lo sto scrivendo.”
Il silenzio non fece in tempo a materializzarsi che un sorriso l’aveva già rapito.
“E come ti senti quando pensi a tutte queste cose?”, mi aveva domandato Anita la mia psicologa di fronte alla piena di pensieri che mi martoriavano la testa.
Come mi sento?, pensavo: “… overwhelmed”, dissi, facendo fatica ad esprimere il corrispettivo in italiano.
“E ci sono momenti in cui invece non ti senti overwhelmed?”, affilata come uno spillo.
“Quando sono presente. Quando c’è la consapevolezza. Ecco in quei momenti non esiste nient’altro che quello che sto facendo.”
“E quando ti capita?”, gagliarda lei.
“Quando sto.”
Pausa.
Ancora.
Ancora un pochettino.
Stop.
“Solo che quando sto non faccio. E se non faccio, mi sento in colpa.”
“E se il non fare niente fosse esso stesso un fare?”
Mi chino per raccogliere le scorie di una serie di inidizi capitati sulla mia strada: lo schermo, la vista, la mente, il tizio che scrive anche quando non scrive, Anita… riempio lo zaino di possibili vie di fuga ed esco con il solo intento di guardare lontano. Non so dove andare, e lascio che il primo bus mi faccia da destriero verso sud. Che belli i pullman quando ripuliti dalla gogna del tempo e della puntualità. Le strade sono semideserte: è domenica pomeriggio e il cielo sembra essere ormai a pronto a mantenere la promessa di pioggia. Scendo a una fermata che credevo sconosciuta, fino a quando, avanzando di qualche metro, riconosco l’insegna del Mat32: uno di quei posti che trasformano il piacere in invidia e poi di nuovo in piacere.
Ci risiamo: non sono neanche più capace di perdermi, mi bullizzo in cagnesco.
Cammino collezionando serrande di negozi chiusi.
Siamo io, la pioggia e un dalmata di food truck di churros.
Nonostante il bisogno di smarrimento, mi osservo costruire un recinto mentale oltre il quale sarebbe pericoloso uscire.
Il telefono è ben custodito in tasca: non cerco distrazioni. Vorrei solo lo spazio aperto delle strade e quello caleidoscopico dei palazzi. Sono gli occhi il vero soggetto di questo silenzio.
“Qué has hecho ayer?”, mi avrebbe chiesto Sarah, amica e coinquilina, lunedì sera.
“Nada.”