SUI TETTI DI VALENCIA

da | Mar 12, 2025 | Marzo 2025

“Porrito en la terraza?”, avevo fornito l’assist a fine serata.
“Si, claro”, Thibault senza esitazione.
“Vale vale”, a ruota Gobi.
Ascensore fino al sedicesimo e poi ancora un piano a piedi.
Tutto intorno a noi, la notte di Valencia fingeva di dormire.

“Do you know that when I’m here, or on the mountain, or anywhere high, I see things from a different point of view? Like, detached, from above…”, si era sovrapposto a Thibault a Empireo Risolti di Marco Castello.
Mi alzai anch’io per affacciarmi su Avenida de Catalunya.
You know,” provo a mettere a fuoco il concetto, “when I lived in the Netherlands, I used to ask people how the landscape affected their mentality.”
Lo sguardo di Thibault sembrava dirmi: “Non sto capendo, ma prosegui.”
“Yeah, because imagine being born there, in the Netherlands. Around you, only flatness. And the limit of the horizon—I mean, the reason why you can’t see further—is in yourself, in your sight. You know what I mean? Like, I’m from Turin, I’m surrounded by mountains: so the reason why I cannot see further is the mountains themselves—there’s an external obstacle between me and the unknown. While for Dutch people, the obstacle is in their own sight. That’s maybe why, culturally, they are so open, so projected toward the future: because they just need to overcome themselves. If they step forward, they can see a bit more of the horizon, and then more and more… If I step forward, I’ll just see a bigger mountain—and so, a bigger obstacle.”
Pausa.
“I don’t know if I explained myself… but yeah, I do believe that our mentality is affected by our surroundings.”

Fine del viaggio.
Fine del pippone.

Di nuovo Marco Castello, e noi tre affacciati sui tetti di Valencia a pensare a quale regista avrebbe meglio rappresentato quella scena.

DI SILENZIO E DI CONTATTO

“Dall’altra parte del Turia c’è il parco Real: ci sono le voliere, i pavoni, e se non sbaglio c’è anche un cigno nero”, riconoscendo i miei limiti da guida turistica quando si fuoriusciva dal campo enogastronomico.

La mia famiglia è venuta a trovarmi a Valencia. Una cospicua delegazione di 7, tra parenti congeniti e acquisiti, è montata su un aereo per fuggire dall’inaspettato sole di Torino. La mamon, il babbo, Rebe, Rich, zio, zia e Marina: mezzo secolo intergenerazionale di stomaci, palati, occhi e gambe avvezzi all’esplorazione.
4 giorni e briciole per riprendere da dove ci s’era interrotti: ossia dagli abbracci.
Perché quando mi chiedono della mia famiglia fatico a parlarne in termini di identificazioni marmoree: la mia famiglia non ha passioni definite, definizioni professionali o marchi da lasciare in eredità. Non ci sono musicisti in famiglia. Non ci sono artisti. Non ci sono avvocati, medici, agricoltori. Non ci sono tossici, divorzi, scandali. Non ci sono lontananze, le vacanze dai parenti di giù, viaggi comandati. Non ci sono assidue frequentazioni né vertiginose assenze. Non ci sono case di proprietà, eredità fortunose, debiti infausti. Non c’è niente di appetibile per la trama di un romanzo.
La mia famiglia è l’elogio della normalità.
E di questa normalità, che tutto setaccia fino all’osso scarno delle cose, non rimangono che gli abbracci. Persino le parole diventano superflue. Solo gli abbracci: dei lunghi e caldi momenti di silenzio e di contatto. Così, appena sono entrato nel loro Airbnb nel cuore di Russafa, siamo rimasti in silenzio, lasciandoci respirare a quattro polmoni.

Poi chilometri a piedi sballotati tra la fretta di mostrar loro la “via Valencia”, i miei bar, la mia casa, i miei mercati; e il senso del dovere di mostrar loro la “Valencia di tutt”: quella delle principali attrazioni turistiche e degli scenari venuti bene in foto. Fosse per me gli avrei portati pure ad ELECTROPURA, una bar torcido dalla struttura a spirale che ti risucchia, ti mastica e ti risputa mentre intanto tu pensi semplicemente di stare solo ballando. Ma i miei neanche trent’anni non trovano compañeros devoti all’esagerazione. Meglio così: questa tripla vita è insostenibile.

Sabato mattina mi sveglio lungo, e di resaca mi trascino a lavoro: vorrei dell’acqua, ma le mie scelte professionali mi hanno indotto a diventare catador e tra le 11 e le 13 ho già assaggiato, respirato e gustato 6 bicchieri di vino.
Bevo un caffè come fosse una doppia seduta dallo psicologo: sistemerà tutto, mi convinco.
Con le nuvole a farmi fare brutta figura, monto in bici e raggiungo la mia famiglia al Bar El Patio, un posto suggeritomi da una mia collega e approvatissimo da Bacco, Dioniso o a chiunque sia devota sua maestà La Lussuria. Da lì, ci muoviamo verso il Turia, questo ricordo di fiume tramutatosi in parco di serpente, ma l’indecisione sul da farsi ci porta a scansare la grande impresa di guadarlo, ripiegando su un più modesto parco Real.

Per prime le tortore: “ogni volta che le sento, mi ritorna in mente Spigno“, commento a voce alta.
“Eh già”, dice la mamon.
“Pensavo lo stesso”, chiude babbo.
Spigno, per gli amici, Spigno Monferrato, sui documenti officiali. Paese natio di nonna, è stato per anni il luogo dove tutta la famiglia (nonni, zii, cugini…) si ritrovava d’estate. Dei ricordi vividi mi riconducono a quel paesino di poche centinaia di abitanti: le passate di pomodoro fatte in cortile, le more al giardino dei Nani, la festa con la lotteria di settembre, la chiesa la domenica, l’odore di umido e di salame, e il canto mattutino e regolare delle tortore. Istantanee di un posto ormai abbandonato, sepolto sotto la polvere che si lascia dietro la vorace modernità.

E dopo le tortore i pavoni.
“Magari sono gay”, inveisce Marina delusa dal fatto che nessun pavone l’avesse omaggiata di una ruota.
Ridiamo. E la prendiamo un po’ in giro. Perché ciascun sistema si fonda su un equilibrio, e lo sfottò ne rappresenta la controprova fisico-scientifica: “ad ogni sfottò corrisponde una reazione uguale e contraria di una forma d’amore, per incapacità, inespressa”, scriverebbe Gio Evan su un pizzino di carta.

E prima del cigno nero, la voliera con canarini, pappagalli e tantissimi altri piccoli uccelli che il mio Atlante degli Animali di quando ero piccolo non aveva osato insegnarmi.
Marina li rincorre.
Lo zio la guarda, seduto su una panchina.
Babbo e Rebe li osservano vicini.
Rich si trattiene a stento da sferrare battute.
La zia si riposa, un po’ in disparte.
Mentre la mamon parla, fischia e tesse un legame α-lessico (ossia privo di parole) con un uccellino che la mia ignoranza definirebbe scientificamente un pappagallino. Io, alle sue spalle, le rubo una fotografia e, meravigliato, mi sforzo di non voler capire. Per qualche secondo ci riesco, fino a quando il genere Homo mi impone una spiegazione, e sereno mi dico: “sono proprio suo figlio.”

Quattro giorni poi, sono passati in fretta.
E i saluti si trasformano così, in un’altra scusa per abbracciarsi.
“Fai il bravo”, mi fa il babbo stringendomi nel suo corpo rassicurante, “fai il bravo, ma non troppo”, aggiunge, riconoscendomi quella libertà che mi ha reso ciò che sono, e che un giorno di tanti anni fa, confusi con la felicità.

Ma questa è un’altra storia…
Adesso dei lunghi e caldi momenti di silenzio e di contatto.



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