FROCIO TRA I FROCI

da | Mar 20, 2025 | Marzo 2025

Perché si dice così, no? Frocio?
Tanti froci lo fanno.
Tanti eterosessuali anche, senza sapere cosa stanno facendo.

Matteo mi ha insegnato che, la prima volta, si può anche non scopare.
Una vera e propria rivoluzione nel mondo omosessuale maschile, fatto di così tante libertà che spesso sconfinano nell’inadeguatezza.

Sono uscito con Matteo, ci siamo bevuti due Campari, Soda io, Spritz lui, poi siamo saliti da lui, abbiamo fumato, e… e abbiamo parlato. Distrattamente sì, perché l’alcool… perché il fumo… perché il sangue… abbiamo parlato e…

… e ci siamo baciati. Ci siamo baciati PUNTO.

“Ci rivediamo?”, lui, o io, in fondo che importa?
“Sì”, o “No”, in fondo che importa?

In ascensore mi sono guardato allo specchio e, vietandomi categoricamente di giudicarmi, ho nutrito compassione: si può anche non scopare Jacopo.

Ho imparato una cosa nuova.

The world is on fallas

Valencia tra febbraio e marzo diventa guerriglia urbana.

“Cuidado”, mi dicevano, stendendo un velo di riservatezza sull’innominato.
“Descubrirás”, provocando un ghigno.
“Te gustan los petardos?”, come chiosa di qualsiasi discorso.

Valencia, tra l’ultima domenica di febbraio e il 19 marzo, diventa Las Fallas: un climax crescente di indigestioni urbane fatte di petardi, missili, lanciarazzi, fuochi d’artificio ad ogni ora del giorno e della notte, tendoni bianchi a chiudere le strade, paellas a nutrirle, giganti costruzioni di legno e cartapesta a fare occupazione nelle piazze, bande improvvisate, bande organizzate, le donne che diventano falleras, gli uomini falleros, le 14:00 l’ora della Mascletà in Plaza del Ayuntamiento, e l’improvvisa voglia di uscire senza alcun programma, tanto vamos por fallas.


Indosso le vesti del divulgatore:

Las Fallas sono circa tre settimane di celebrazione. E questo dovrebbe bastare. È una festa. Di chi? Per cosa? Per questo c’è ChatGPT & friends: chi è curioso nutra la propria curiosità.

Fine esperienza da divulgatore.


Tutti i giorni, alle 14:00, nella piazza centrale di Valencia, un corpo specializzato di piromani si cimenta in uno show di circa 5 minuti di bombe, il tutto autorizzato dal comune con tanto di area riservata, palco, marionette e maxi schermi a riprendere l’attesissimo frastuono.
Io, che lavoro a 1,1 km dal centro nevralgico della sparatoria, alle 14:00 sapevo che erano le 14:00 senza che nessuna lancetta me lo suggerisse.
Io, che vivo a 2,4 km dal centro nevralgico della sparatoria, alle 14:00 sapevo che erano le 14:00 senza che nessuna lancetta me lo suggerisse.
I bombardamenti poi, si susseguono lungo tutta la superficie calpestabile e non (sì, lungo tutta la superficie calpestabile E NON) di Valencia, con un disseminato esercito di esseri umani (di genere, età, estrazione sociale e gusto di gelato variegato) che giocano al gioco di fare rumore. Perché sparare petardi all’impazzata, ai miei occhi da sedicente valenciano, altro non è che fare rumore.

E mentre i giorni passano, e marzo inizia a fare la voce grossa, le assurdità si moltiplicano: gigantesche sculture caricaturali compaiono magicamente al centro di vie, strade, piazze, bloccando il traffico anche la più ligia ambulanza. Perché Las Fallas è una democratica bastarda: non guarda in faccia a niente e a nessuno, e se devi morì muori nell’agonia di un ritardo, ma se devi divertirti rinasci crisalide drogata e assuefatta.

Contemporaneamente compaiono tendoni bianchi sparsi qua e là come i danni della grandine: all’interno musiche tech/tehc-house/minimal/tribal, cervezas a 1.50€ e l’antropologico esperimento sociale di una miriade di corpi che si fanno uno. Un unico, grande, amorfo corpo che vocia casino e semina urina su qualsiasi parete semi-verticale gli si presenti davanti.

I giorni passano, il 19 marzo si fa sempre più vicino, e il fervore si fa quasi incontenibile.

Le strade si riempiono di recinti per far scoppiare i petardi ai bambini “in sicurezza”.
I marciapiedi diventano cucine di paellas improvvisate.
Agli angoli spuntano come funghi food trucks di churros e bunuelos.

Tutti i migliori propositi di una vita equilibrata si scansano dinnanzi a tanta veracità.
Di giorno si lavora, il pomeriggio si sta in giro, la sera si beve, la notte si balla, per strada, fino alle 4, perché poi chiude tutto, e vai all’Eskombrera (centro sociale a nord di Valencia), o raccogli i sogni delle vite precedenti e mestamente rincasi, promettendosi che domani farai il bravo. Domani, sì…

Domani c’è il Nit del Foc. A mezzanotte. Alla Ciudad de las Artes.
Uno spettacolo magistrale di fuochi d’artificio che sembrano lanciati da Marte più che essere sparati dalla Terra.
Prima il casino di migliaia di persone che si sparano petardi nel gioco di una guerra senza né morti né feriti.
Dopo lo stesso, ma peggio.
In mezzo, il Nit del Foc.

Come il ruggito del leone che rimette ordine nella foresta.
Prima le iene, gli avvoltoi, i suricati… prima chiunque a dire la sua ritagliandosi il proprio spazio tra le infami leggi della sopravvivenza.
Dopo lo stesso, ma peggio.
In mezzo, la voce grossa e potente di uno spettacolo che ha segnato il record di kg di polvere da sparo. L’elogio del fuori misura. Un Kandinsky rumoroso, assai rumoroso.
Il re leone, dinnanzi al quale gli occhi, le orecchie e la bocca di migliaia di valenciani ammutoliscono, in segno di prodigiosa reverenza.

3 scoppi.
Applauso.

Guerriglia urbana.

Fino al 19 marzo. Ultimo giorno di fallas.
Il peggio è passato. Il meglio pure.
Ora non rimane che bruciare tutto.
Hai capito bene, bruciare tutto.
Tutte quelle gigantesche sculture caricaturali comparse magicamente per le vie della città vengono date alle fiamme.
La festa si fa malinconica e silenziosa.
Gli ultimi botti fanno quasi tenerezza.
Un sentimento nostalgico e grato tocca le centinaia e centinaia di teste rivolte verso il cielo a guardare il fumo nero farsi aggressivo.
Perché c’è onore anche nel lasciarsi andare, e nel dare il benvenuto ad un nuovo inizio: il benvenuto alla primavera.

Las Fallas sono la cosa più pazza che abbia mai visto, la cosa più umana a cui abbia mai assistito.
Tutto passa, e non v’è motivo per non celebrarlo.
Si dà fuoco a tutto, e si rinizia.

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