IBIZA È ANCHE UN’ISOLA

da | Mar 29, 2025 | Marzo 2025

“Il qui e ora è una cazzata!”, mi aveva sbalordito Erika, quella Person from Ibiza che già aveva avuto un discreto successo nello scagionarmi dalle mie comode certezze. “Il qui e ora è solo un modo per tenerci ancorati qui, senza né sogni né radici. Parla con te stesso di quarant’anni, di cinquanta, chiedigli la direzione, instaura un rapporto col tempo viaggandovi attraverso.”

Ti prego vai avanti, dicevano i miei occhi.

“Getta un seme là dove pensi di non poter arrivare. Pensa in grande Jacopo. Esagera!”, che anche se anche fossero tutte cazzate, quanto è bello sentirselo dire e respirare a pieni polmoni l’aria della libertà?!, “Siamo nel bel mezzo di due eclissi: è il momento giusto per espandere. Non stare lì a crogiolarti su quale strada prendere. Manifesta cose che mai avevi pensato: l’Universo, in questo momento, accoglie.”

Ti prego fermati, diceva il mio respiro: affannato nel rincorrere tanta ispirazione.

Ci siamo poi concessi un dolce, anzi due.
Abbiamo riscoperto il verde di una Ibiza raramente così rigogliosa.
E ci siamo salutati in un abbraccio, lasciando uno spiraglio aperto per quel domani, con il quale ho scoperto essere lecito confrontarsi.

ABBRACCIARE L’ACQUA FREDDA

Ibiza è prima di tutto un’isola.
Prima di essere terra di discoteche, milionari, radical chic, e persone vestite da invidia, Ibiza è un’isola che nutre un proprio cielo e una propria terra. Terra inaspettatamente, e fortunatamente, verdissima: merito dei giorni di pioggia che avevano anticipato il nostro arrivo: mio, di Gobi e di Thibault.

È domenica mattina e già sono in debito di sonno: ho dormito 3 ore, per via dell’aereo troppo presto e della zanchetta troppo tardi. Il volo non dura il tempo di un abbiocco, che alle 8 siamo sfatti e affamati fuori dall’aeroporto. Il bus numero 10 ci fa da Caronte verso 3 ore di stasi seduti in un bar, nell’attesa che il van che abbiamo affittato si manifesti ai nostri occhi.
Mandiamo Gobi a nascondersi (avevamo prenotato un van per sole due persone) e chiudiamo le pratiche burocratiche: giro dell’isolato, marce che faticano a ingranare, e Gobi fatti trovare all’angolo che ti passiamo a prendere.

Ciascun punto sulla cartina dell’isola pare essere collegato da un intervallo di tempo che si attesta pedissequamente intorno ai 20 minuti. La distanza non è più un’unità di misura. Vince il desiderio, in un edonistico esercizio di autocelebrazione del sé. Per primo un mercadillo tutto hippies coi soldi (Les bobos, come bene dicono i francesi), poi un gradino al sole, e la voglia di Thibault di andarsene al mare rompe l’incantesimo. Vince il desiderio, sempre. Così mare e la spiaggia di Cala Xarraca a fare da chioccia alle nostre occhiaie.

Il tempo pare rincorrersi a tal punto da inciamparsi sui suoi stessi passi, e assopiti dal sole, e assopiti dal mare, ci dirigiamo verso Juntos, dove ci aspettano Sonia e i suoi amici. Una sorsata di birra e un’occhiata all’orto: quanto basta per ricordarsi dell’eterna battaglia tra la città e la natura. Annuso tutte le piante che incrocio tra i filari, sorprendendomi della mia memoria olfattiva, ancora salda ai suoi bucolici princìpi; Gobi intanto si ricorda di essere un agronomo e sferra bordate di acquaponica che noi, rilassatamente ignoranti, non avevamo colto come mirabolanti opportunità.
Ci sediamo in giardino.
Poi ci alziamo e ce ne andiamo all’ennesimo mercadillo.

Qua la situazione è come la precedente ma peggio/meglio/ o qualsiasi altro accrescitivo.
I banchi disegnano un mantra sulla ghiaia e da lontano musica tribal attira noi giovani ribelli, noi vecchi sognatori, noi uomini, noi donne, noi pitture rupestri, noi urinatoio di Duchamp… attira noi tutt* a muovere i corpi mentre il sole inizia un timido tramonto. D’un tratto la musica si interrompe: un uomo, che potrebbe essere uno sciamano, o l’amministratore delegato della Rolex, prende il microfono e ci invita a ringraziare il Sole. Il mondo si gira. Il mondo ringrazia. E la musica riprende.

La sera, che poi è già notte, è una scatola di latta su ruote parcheggiata a una manciata di metri da una scogliera. In alto le stelle. In basso sabbia mista a roccia. Intorno il buio, riempito solo dal pendolio del mare.

Lunedì abbiamo meno sonno e più voglia di natura. Così ci perdiamo, profetici autosabotatori, in un trekking a Punta Moscater. “Shall we continue or shall we go back? Do we need to be on the west coast by 6pm?”, domando incauto ai miei compagni di viaggio.
“How much is left to finish the trip?”, puntuale Thibault.
“Falta como una hora y pico, creo.”, mi improvviso capo scout.
“Vale, vamos”, e ci rimettiamo in cammino verso un ipotetico giro ad anello.

Dopo un canyon, il mare.
In testa il sole.
In corpo il sole.
E la voglia di un prequel d’estate.

Ci spogliamo, e nudi, abbracciamo l’acqua fredda, lasciandole fare altrettanto. Anche lei nuda. Anche lei ci abbraccia.
Come lucertole cerchiamo il sole, fingendo indifferenza nei confronti degli altri esploratori, e mentre ci asciughiamo dichiaro la mia colpevolezza: “No quiero hablar. No quiero escuchar.” Seguiranno i soliti venti minuti di silenzio. I più belli. I più onesti.

Le successive due ore sono tentativi di riscoperta della via maestra, zero bestemmie e l’arsura a vacillare tra l’acqua e la cerveza. Poi di nuovo van, e altra scogliera sulla costa ovest, a Sa Figuera Borda. Gobi compieva gli anni, e il mondo gli aveva regalato la gratitudine di un abisso sul mare, del cibo, delle stelle, e degli amici.

Abbiamo trascorso una notte senza renderci conto dell’unicità dell’istante.
Però abbiamo goduto delle nostre passioni: della musica, del cibo, della libertà.
Se c’era qualcuno qualcosa da ringraziare, quella cosa eravamo noi, e la nostra scelta di stra-vivere.
Il resto era una cornice bellissima di un quadro invisibile.

Martedì sono andato a trovare Erika a Sant Agnès de Corona: ho aspettato la migliore tortilla dell’isola, mentre mi mangiavo una focaccia avocado e salmone; e in tale incoerenza gastronomica, lei mi ha aperto il cranio, ci ha rovesciato dentro zuffe di parole, ha agitato per bene, e mi ha rispedito sul continente.


Dall’aeroporto di Valencia a casa, regna il silenzio: “la bellezza costa fatica”, scriveva un me con meno barba e più capelli.
Arrivo a casa, e mi siedo sulla sedia da ufficio abbandonata in balcone: racconto a Sarah degli ultimi tre giorni, ma le parole sono contenitori troppo piccoli per tanta semplicità.
Così mi interrompo, mi accendo un zanchetta e muto, mi riscopro travolto da un’immensa gratitudine.

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