SE MI INTUASSI

da | Gen 27, 2026 | Gennaio 2026

“Se m’intuassi
come tu t’inmii”

Dante Alighieri, Canto IX, Paradiso

Origlio Dante mentre confessa ad uno sparuto pubblico il potere dell’accoglienza.
“Come definireste la sensazione dell’essere accolti?”, chiese loro il sommo poeta, definendo indicibile la risposta a tale domanda.

“Se m’intuassi
come tu t’inmii”
continua, scomodando gli allora teutonici e il loro einfühlung: il sentire dentro, o meglio il sentire da dentro.
Lo osservo che si sbraccia, muovendo sovversiva la rossa mantella all’aria. Si sbraccia nel tentativo di dire col corpo ciò che le parole non sono in grado di esprimere. Non l’avevo mai visto così: sopraffatto dall’impotenza del linguaggio.

Il pubblico assorto mostrava, silenzioso, il piacere della scoperta, mentre lui sparigliava tentativi inutili di immedesimazione. Il microfono era ormai un oggetto d’arredamento, così come le slides impolverate sul telo bianco. Sorde erano le orecchie che ascoltavano e basta, muta la bocca che si limitava alla parola. Le mani, fitte di calli, facevano della presa il loro unico scopo, e gli occhi non andavano oltre lo sguardo. Ad ogni cosa il proprio scopo: il proprio unico, fermo, immutabile scopo.

“Se m’intuassi
come tu i’inmii”
fu l’ultima poderosa supplica, prima di sciogliersi sul pavimento del palcoscenico: asciutto e sfatto, tra le vesti del proprio vagare.

CHIUSO PER FERIE

“Conoscersi è impossibile.”, mi disse un giovane ubriaco mentre gli stavo servendo del vino, e “conoscersi è impossibile”, mi ha suggerito la trama di un libro da poco, distrattamente, terminato. È impossibile perché lo dice il tempo.
Non io, che faccio del ricordo il mio unico mestiere.
Non il giovane ubriaco, intermezzo tra un saggio e un barman.
Non il libro, sbratto di un blaterare convulso e privo di aspettativa.
Lo dice il tempo, e lo fa con una chiarezza che sfianca.

Conoscersi è impossibile perché è il risultato di un processo all’interno del quale vi sono tre momenti, chiari e distinti, che si rincorrono all’infinito. Mentre scrivo, riconosco in me determinati patterns: uno su tutti? ad esempio la vocazione per la complicanza. Complico fuori misura l’atto del racconto, perché vuoto è il contenuto, o pieno lo spazio che aleggia dietro il suo compimento. Riconosco così un gesto, e indago, indago al di sopra di ogni ragionevole dubbio, quali siano i genitori di tanta presunzione (se di presunzione si tratta). E se, per grazia, dovessi scoprire che non è Presunzione il nome della figlia, indago ancora, alla ricerca della sorgente di questo fluire storto e fitto di ramificazioni.

  1. Il tempo della sconfessione.
    Nasci vittima, ti scopri complice, muori omicida.
    In primo luogo sono i comportamenti a comportarsi.
    In seconda battuta scopri che sei tu a compierli.
    E in ultimo, rilanci, definendo chi sei attraverso ciò che fai. Definendo chi sei, attraverso i comportamenti che adotti.
  2. Il tempo dell’indagine.
    Individuato un comportamento, indaghi sul significato che esso assume nella formazione della tua personalità
    “Perché bevo?”
    “Perché non trovo un lavoro?”
    “Perché tutte le mie relazioni finiscono?”
    “Perché non la smetti, e inizi a muovere il corpo al ritmo di una musica che sparge il seme del sesso in tutti gli anfratti della tua cameretta?”
    E mentre indaghi, scopri che il ticchettio del tempo della vita ti dice che sei in ritardo.
    Quello del tempo della scuola, ti dice che sei giusto.
    Quello del tempo della moralità s’è rotto la prima volta che hai gettato una sigaretta per terra, e ti sei sentito in colpa per averlo fatto.
  3. Il tempo della scoperta.
    Ottieni finalmente le tue risposte.
    Sai chi sei.
    Cosa fai e soprattutto perché lo fai.
    Scopri che bevi perché hai ucciso ormai tutte le mattine.
    Che non lavori perché temi la definizione.
    Che scopare è meglio di amare.
    Che l’immobilità ostenta giudizi ma non prerogative.
    E contento, affiggi il cartello CHIUSO PER FERIE convinto che il tuo lavoro sia finito.

Salvo poi accorgerti di aver scoperto chi era la persona che ha iniziato l’indagine.
Ne è trascorso da allora di tempo.
E tu sei diverso. Cambiato. Cambiata. Morta, sepolta e rinata dallo sperma delle nuove certezze e l’ovulo di mutevoli illusioni.
Ti è chiarissimo chi eri.
Foggy, dannatamente foggy chi sei.
E riparte il loop.
Mentre solfeggi quella canzone che dapprima manco avresti ballato.

Benvenuta al mondo nuova era, e ancora…
e ancora…
e ancora…

*leggere nuoce gravemente alla salute

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