“Quando torni, Chicco?” mia nonna, dall’altra parte del telefono.
“Inizio maggio, mi sa”, esorcizzando quel volo già comprato per il 30 aprile.
“Uh, ancora tanto… due mesi e mezzo.”
“Eh sì. Sono a metà: sono arrivato a inizio dicembre. Sono passati due mesi e mezzo e altrettanti me ne mancano.”
Solo in quel momento mi resi conto che stavo scollinando. D’ora in poi sarebbe stata tutta discesa: quella che incalza e che mi catapulta direttamente a valle.
Adesso. Oggi. Nella replica di questo istante.
Prolungherei il mio stare qui, a Valencia.
Come un fermo immagine che si moltiplica nell’incedere del tempo.
RAPPORTI UMANI
“Allora Jacopo, come stai?”
Sposto lo sguardo fuori dalla finestra per un istante, poi non mi nascondo: “Bene.” e non aggiungo altro, se non quel silenzio scomodo di chi sa di dover aggiungere dell’altro.
Lei mi guarda, aspettandosi quell’altro.
È la prima volta che la vedo.
Dall’altro lato dello schermo scorgo solo il suo mezzobusto e un’insolita parete arancione.
“Sì, sto bene. C’è il sole, sono andato al mercato… insomma sto bene.”, scagionando la mia colpevolezza con un sorriso.
“Bene Jacopo. Sono contenta che tu stia bene. Ma ora dimmi: di che cosa vuoi parlare?”
Anita è la mia nuova psicologa.
Anita è la mia nuova psicologa. E io, che mi sento spesso nuovo nel vedermi ripercorrere i miei stessi passi, non avevo voglia di raccontarmi. Perché ritornare ancora e ancora su quel sample, ascoltato così tante volte da lasciarmi indifferente?
Anita, io sto bene. In questo momento sto bene. Ed è vero che ci sarebbero un sacco di cose da dire, ma non ho voglia di lasciare il presente per addentrarmi nella selva oscura.
La mia venerazione del qui ed ora durò il tempo di un’ulteriore domanda: “Hai detto che questo (il percorso terapeutico) è il regalo che hai fatto a te stesso per il 2025, posso chiederti come mai?
Ok, cedo. E disordinatamente le racconto tanto. Per fortuna la sua mente s’era fatta telaio di fronte al groviglio delle mie parole, e nella matassa di eventi e interpretazioni, era riuscita a coglierne un filo, uno solo, a partire dal quale iniziare a ricamare la nostra di storia.
Conservo un pizzino sepolto tra la cera della mia candela che è lì dalla prima Luna Nuova dell’anno, e ancora si rifiuta di bruciare. Evidentemente non sono ancora pronto a lasciare andare il messaggio che si porta dentro.
Arriverà, mi dico. E coniugo al futuro tutti i verbi che sostengono la mia innata inclinazione alla speranza.
Le energie dei corpi, intanto, ritornano a brulicare sotto il caldo tepore dell’inverno.
Era stato il flamenco a darmi la spinta: l’insostenibile intensità di quei suoni, rubati alle viscere tra il diaframma e l’intestino, mi obbligò a ricercare una scappatoia per veicolare tanta energia. Le mie mani, calde, mi bombardavano di segnali.
“Puedo?”, domandai a Thibault, appoggiandogli il palmo sulla spalla sinistra, “I can’t hold all this energy. I need to let it go.”
“Sì”, come se non fosse successo niente. “Sì”, come se… cazzo, quanta libertà sto ragazzo.
E mentre la mia mano si contraeva seguendo gli impulsi della musica, il suo collo e la sua spalla s’erano fatti pista d’atterraggio di tanto sublimare. Mai la musica mi aveva regalato tanta intensità.
Finito il concerto, iniziano le fantasie.
Finite le fantasie, iniziano le speranze.
Finite le speranze, iniziano i Vermouth.
Bianchi.
Con ghiaccio.
La rividi sul balcone a condividere, senza gelosie, il sole di Valencia.
In quell’istante pensai: “che bello!”
Ero contento che ci fosse anche lei alla festa. Ero contento. Senza altre spiegazioni.
E quindi “che fai?”, “che non fai?”, “hai trovato lavoro?”… il nostro parlare era un continuo lancio di dadi nell’attesa del numero vincente.
Ma quando il sole si era nascosto dietro l’altissimo palazzo a ovest, decidemmo di silente accordo che era il momento di abbandonare il balcone, dando vita ad un nuovo arcipelago di coppie, trii e gruppi pronti a conoscersi per mezzo di ciò che una casa, una festa o la combinazione di entrambe potevano offrire.
“Dov’è camera tua?”, mi aveva colto di sorpresa nel bel mezzo di una canzone.
“Sta là dietro, non l’hai mai vista?”, indicando con la mano l’astratta geografia della casa che avevo in testa.
“No”, aspettandosi forse un invito.
Ma il ritmo di un’improvvisata percussione aveva incatenato il mio corpo al pavimento, mentre la testa, soave, aveva già iniziato a fantasticare su quella domanda.
Passa What’s Up, passa Redemption song, passa I’m yours, ma ancora non avevo trovato il modo di riavvolgere il nastro della nostra conversazione; e più ne pianificavo una strategia più mi sentivo risucchiato in uno spazio dove il suono delle parole non vibrava di alcun significato.
Così temporeggio, regalandomi una fuga nell’incarnazione di una sigaretta.
Al mio rientro in casa, incrocio il suo sguardo, e senza che l’aspettativa potesse tirare le redini della cautela, mi sorpresi pronto nell’attendere una sua risposta: “Certo!”, mentre fece per seguirmi in camera.
Il resto sono due corpi impauriti che cercano conforto tra le morbidezze di un letto.
Il resto è lo scudo di chi ama riempire i vuoti di parole e di chi invece se ne libera, lanciando domande al ritmo di 140 bpm.
Il resto siamo noi, tutti noi, mentre ci chiediamo cosa vogliamo fare, cosa dovremmo fare, o cosa l’altro si aspetta che facessimo.