“Raccontami dei tuoi sussidiari di quando eri piccola. Te li ricordi? Gli Abc, e quella parola che suggestionava fantasie: “l’abecedario.” Raccontami del gatto e la volpe, prima cartoni animati, poi parole cantate con l’ebbrezza di una cartolina spedita dal lungomare di Senigallia. Com’erano belle le estati delle pinete e dei gelati confezionati. Tu che giocavi con la sabbia, ed io che quasi la fuggivo, come un orso attratto dal miele e spaventato dalle api. Montavamo in macchina scoprendo la notte per la prima volta: eravamo piccoli, e le notti erano ancora solo fatte per dormire o per sognare. L’odore del caffè e il silenzio dei passi in corridoio: iniziavano così le nostre vacanze. Le ultime in famiglia. Ma noi questo non lo sapevamo, non potevamo saperlo. Stuoie, picchetti, ombreggianti, tiranti, citronella… parole che, come funghi, rispuntavano dal nulla facendo a spallate nella memoria per un paio di settimane. I sorrisi erano spudoratamente innocenti e le amicizie si facevano ancora giocando. Te lo ricordi? Dopo pranzo andavamo ai bagni a pulire i piatti e le pentole, facendo attenzione a non farci scoprire mentre, di nascosto, ci facevamo i gavettoni. Erano gli ultimi minuti prima dell’ora del silenzio: gli ultimi istanti per poter ancora giocare senza il timore di essere rimproverati.
[…]
Poi, senza che ti dicessi niente, ho iniziato a giocare a nascondino da solo. E anche quando, per sbaglio, mi trovavi, io continuavo a nascondermi.”
HO UNA SORELLA
Apro la nota del telefono e inizio l’elenco puntato delle mie scadenze:
- che fare dopo?
- dove vivere?
- inventarsi un lavoro
- cambiare stanza
- chiedere a Gobi che vuole fare per il suo compleanno
- organizzare la visita dei nuovi aspiranti coinquilini
- pensare alla tesi
- pensarci sul serio (alla tesi)
- e magari pure iniziare a scriverla (la tesi)
- Barcellona questo weekend?
- occhio ai soldi, Jacopo
- ritornare ai giusti livelli di serotonina
- acchittare l’evento vino + musica
- fissare con la psicologa
- stanza a Bologna
- dolore al petto
- …
Centrifugato da una primaverile realtà, faccio fatica a fissare dei punti a partire dai quali iniziare a costruire. Mi lascio andare e godo dell’estemporaneità di un flusso d’acqua che non è mai uguale a sé stesso.
Questa settimana ho scritto a Elia che la trasformazione si sta portando via anche le definizioni di cosa è bene e cosa è male. Poco prima ero stato colpito da un improvviso attacco d’ansia che ho pensato di affrontare mettendomi a dormire.
“è un messaggio che il tuo corpo ti manda per chiederti a gran voce ‘jaco fermati, davvero: ho bisogno di te, ascoltami’ “, le sue parole di fronte alla mia onesta richiesta di aiuto.
E nonostante fosse venerdì sera e la FOMO continuasse a propormi allettanti promesse per la serata, sentivo di essermi convinto che quelle parole le avrei ascoltate: finisci di lavorare e vai a casa Jacopo, mi sussurravo con amorevole compassione.
Uscito dalla sala degustazione, ero riuscito nell’impresa di ignorare il telefono, allineando il manubrio della bicicletta dritto verso casa. L’ansia di quel pomeriggio mi aveva spaventato ed Elia aveva ragione nel suggerirmi di non dimenticarmi del corpo.
Intanto uno sconosciuto dolore al petto aveva fatto irruzione nei miei movimenti più spontanei. Passa un giorno, ne passano due, ne passano tre… ma dallo sterno nessun segnale di miglioramento, anzi: la crescente irruzione di chi si sente investito dal vento della novità.
Silenzioso e solitario mi ero quindi diretto verso casa: 2 metri. 2 metri che equivalgono forse un quarto di pedalata. Lo spazio sufficiente per girare l’angolo e incrociare lo sguardo di Adam, un ragazzo texano che quella sera aveva organizzato l’apertura di una serie di eventi.
“Hey man”, con quell’accento goloso di consonanti, “what’s up? Are you joining us tonight?”
Infilo la chiave nella toppa che sono già passate le 3 di notte, e beffardamente sorrido, ripensando alla debolezza delle mie intenzioni.
Per fortuna, o per necessità, riesco a dormire fino alle 11:30: conditio sine qua non per poter affrontare un lungo, lunghissimo sabato. Cucino pranzo per i coinquilini i quali ,riempiendomi di complimenti, mi fanno credere di saper cucinare per davvero. Ormai gallo, monto in bicicletta e vado a fare aperitivo al Labrador (il mio bar buttato del cuore) con Labe e Angela, la sua morosa: probabilmente gli unici a mantenere la promessa di venire a trovarmi qui in Spagna. Un tercio, come ormai ho imparato a chiamarlo, e un piattino di jamòn y queso.
Appena inizia a piovere ci salutiamo: un’altra festa era già cominciata, ed io ero di quel ritardo corretto da non apparire irrispettoso.
Alle 7:30 del mattino esco dalla discoteca che il buio era ormai affar del passato.
Non mi sento stanco, perciò stoico inizio a fare piani per la giornata: il campionato di bike polo, super l’afterparty a nord di Valencia, ma la pioggia battente e le scarpe inadatte avevano scritto a caratteri cubitali: “vai a casa Jacopo”.
Mentre mi perdo tra la vie di una Valencia chiusa per l’accozzaglia di una serie di eventi (competizione podistica, las fallas, partita del Levante, MuVi festival…), mi accorgo che mi manca mia sorella. Che mi manca esserle fratello. Che v’è assenza di quel tempo durante il quale eravamo due bambini complici che, quando i nostri genitori ci portavano in vacanza in campeggio, si facevano i gavettoni, attenti a non farsi scoprire.
Ho un lungo elenco puntato nella testa.
Ho tanto spazio libero nel cuore.
🧡