PERSON FROM IBIZA

da | Apr 28, 2024 | Aprile 2024

“Avete presente Super Mario, no? Che ci sono i vari livelli, dragoni, principesse, funghi… ok, bueno. Avete presente che per superare un livello bisogna andare dal punto A al punto B senza farsi ammazzare? Ecco, proprio come in Super Mario, così nella vita, ci sono dei sottolivelli, quelli dove prendi una botola e ti ritrovi in un mondo sommerso, con le fate e le monete d’oro, che non sono necessari per il superamento del “livello principale”, ma che in qualche modo ti arricchiscono portandoti, corpo e anima, in una dimensione nascosta dalla realtà.”

Io stavo ad ascoltarla con gli occhi a cuore, mi avrebbero raccontato poi i miei compagni di corso. Lei, Erika, appena atterrata da Ibiza per insegnarci i principi della sostenibilità nell’agroalimentare, aveva invece deciso, sue parole, di lasciarsi guidare dal flow aprendo varchi spazio-temporali su νόμος, agricoltura rigenerativa e sottolivelli di Super Mario.

“Perché potete scegliere di andare da A a B e portarvi a casa il livello, oppure di perdervi da qualche parte, per un po’ di tempo… per poi arrivarci lo stesso a B, magari un po’ in “ritardo”, magari un po’ più belli.”

Mi sono dovuto appuntare su un pezzo di cartone staccato dalla scatola del gyros di maiale i picchi e gli abissi della settimana: memoria canaglia, pensavi di fregarmi.

Così vacillo tra le 4 ore che dividono “se non metti l’ultima noi non ce ne andiamo” da Walter Veltroni che ci introduce al 25 aprile raccontandoci di quanto il populismo sia valanga, riferendosi alla tragica storia di Donato Carretta.

Ascolto, a metà tra l’interesse e il biasimo per non essermi concesso di dormire neanche sta volta. Ma scurdammoce o’passato che c’è altro a cui pensare: come faccio ad accettare l’invito a pranzo da parte di Linda? Mi sento di troppo, ho paura di essere invadente, di non essere il benvenuto: glielo dico ma la sua prima risposta è il silenzio. Cazzo, e adesso?

“Voglio tornare dallo psicologo.”, le dico, mentre forse stavo semplicemente tentando di cambiare argomento.
“Adesso fai finta che sia io la tua psicologa”, non ci casca minimamente lei, “perché pensi di essere di troppo? È dovuto ad alcuni nostri (suoi e di Isco, il suo moroso) comportamenti, o è roba tua?”
Prendo quel “fai finta che sia io la tua psicologa” come una verità e decido di andare oltre, dove non lo so, forse in un sottolivello di Super Mario, o forse al solito vecchio “play the victim”. Mi spingo così tanto oltre che alla fine lo accetto pure l’invito al pranzo: eroico di un Jacopo, quando la smetterai di essere così coraggioso? Scopro che Linda e Isco in realtà sono due brave persone (non che ne dubitassi veramente), tanto da lasciarmi lo scettro della cucina: così tartare di chianina, tuorlo impanato e ridotto con salsa di soia, albume a neve aromatizzato al curry, prezzemolo ghiacciato e scorza di limone.

E se fosse questo un sottolivello di Super Mario?

Finisco la seduta, con la pancia piena e il portafoglio ancora integro. Mi addormento di un sonno che mi mescola le viscere tanto da farmi capitolare su una scomoda sedia sull’ala destra della sala dove Nico Conta, alias presidente della Enrico Serafino, esordiva dicendo: “arrivare a 90€ al bicchiere è frutto di quello che ho dentro”. Segue una sbrodolata di parole atte a tenere in piedi un castello di rimandi immaginifici, citazioni, dati, analisi di mercati lontani… il tutto a favore di una storia, la sua, e della sua professione: ergo chapeau mr. Conta, ma da laggiù, sulla destra, mancava un po’ d’anima.

Anyway, esco di corsa, pranzo col prof di antropologia (lui l’anima ce l’ha eccome) e scopro che l’ultimo chef privato di Saddam Hussein, tra l’altro l’unico non musulmano, doveva avere un gran pelo sul petto per aver osato criticare il suo kebab. Qui sì, chapeau mr. chef privato di Saddam, dal tavolo al centro della piola è arrivato tutto il tuo fervore.

Il tempo poi non è altro che un continuo entrare e uscire dai luoghi: dalla sala conferenze alla piola, dalla piola alla classe, dalla classe alla cucina del ristorante dove lavoro… un susseguirsi di ingressi e uscite di scena che fanno del teatro un’incauta composizione itinerante. Vesto i panni del mio attore preferito, talvolta me stesso, talvolta uno dei tanti a cui rimango tossicamente affezionato, e quando, per l’ennesima volta, esordisco sul palcoscenico della scuola… colpo di scena! Un nuovo personaggio, dalle braccia tatuate e dal cappello a tesa piatta, innesca un meta-dialogo tra il me persona e il me personaggio:
– “finalmente!”, la persona.
– “finalmente!”, il personaggio.

Esco inebriato dalla sua lezione, sua di lei (come direbbero gli inglesi): Erika, alta, occhi color abisso, e fare tanto unconventional da solleticare l’invidia. Esco, penso che l’erasmus a Ibiza potrebbe essere una gran cosa, così oso e a domanda risposta: “domattina, colazione alle 10 in stazione.”

Eseguo.

Passeggio all’interno del chiostro.
Prendo il telefono.
Sento Gagou.
Abbasso lo sguardo e un bracciale mi catapulta a Međugorje.

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