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	<title>Febbraio 2025 | A very normal guy</title>
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	<title>Febbraio 2025 | A very normal guy</title>
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		<title>SPAZI PIENI. SPAZI VUOTI.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jacopo.masi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Feb 2025 18:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Febbraio 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Raccontami dei tuoi sussidiari di quando eri piccola. Te li ricordi? Gli Abc, e quella parola che suggestionava fantasie: &#8220;l&#8217;abecedario.&#8221; Raccontami del gatto e la volpe, prima cartoni animati, poi parole cantate con l&#8217;ebbrezza di una cartolina spedita dal lungomare di Senigallia. Com&#8217;erano belle le estati delle pinete e dei gelati confezionati. Tu che giocavi [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Raccontami dei tuoi sussidiari di quando eri piccola. Te li ricordi? Gli Abc, e quella parola che suggestionava fantasie: <em>&#8220;l&#8217;abecedario.&#8221;</em> Raccontami del gatto e la volpe, prima cartoni animati, poi parole cantate con l&#8217;ebbrezza di una cartolina spedita dal lungomare di Senigallia. Com&#8217;erano belle le estati delle pinete e dei gelati confezionati. Tu che giocavi con la sabbia, ed io che quasi la fuggivo, come un orso attratto dal miele e spaventato dalle api. Montavamo in macchina scoprendo la notte per la prima volta: eravamo piccoli, e le notti erano ancora solo fatte per dormire o per sognare. L&#8217;odore del caffè e il silenzio dei passi in corridoio: iniziavano così le nostre vacanze. Le ultime in famiglia. Ma noi questo non lo sapevamo, non potevamo saperlo. Stuoie, picchetti, ombreggianti, tiranti, citronella&#8230; parole che, come funghi, rispuntavano dal nulla facendo a spallate nella memoria per un paio di settimane. I sorrisi erano spudoratamente innocenti e le amicizie si facevano ancora giocando. Te lo ricordi? Dopo pranzo andavamo ai bagni a pulire i piatti e le pentole, facendo attenzione a non farci scoprire mentre, di nascosto, ci facevamo i gavettoni. Erano gli ultimi minuti prima dell&#8217;ora del silenzio: gli ultimi istanti per poter ancora giocare senza il timore di essere rimproverati. </p>



<p class="wp-block-paragraph">[&#8230;]</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, senza che ti dicessi niente, ho iniziato a giocare a nascondino da solo. E anche quando, per sbaglio, mi trovavi, io continuavo a nascondermi.&#8221;</p>



<h2 class="wp-block-heading">HO UNA SORELLA</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Apro la nota del telefono e inizio l&#8217;elenco puntato delle mie scadenze:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>che fare dopo?</li>



<li>dove vivere?</li>



<li>inventarsi un lavoro</li>



<li>cambiare stanza</li>



<li>chiedere a Gobi che vuole fare per il suo compleanno</li>



<li>organizzare la visita dei nuovi aspiranti coinquilini</li>



<li>pensare alla tesi </li>



<li>pensarci sul serio (alla tesi)</li>



<li>e magari pure iniziare a scriverla (la tesi)</li>



<li>Barcellona questo weekend?</li>



<li>occhio ai soldi, Jacopo</li>



<li>ritornare ai giusti livelli di serotonina</li>



<li>acchittare l&#8217;evento vino + musica</li>



<li>fissare con la psicologa</li>



<li>stanza a Bologna</li>



<li>dolore al petto</li>



<li>&#8230;</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">Centrifugato da una primaverile realtà, faccio fatica a fissare dei punti a partire dai quali iniziare a costruire. Mi lascio andare e godo dell&#8217;estemporaneità di un flusso d&#8217;acqua che non è mai uguale a sé stesso. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa settimana ho scritto a Elia che la <em>trasformazione</em> si sta portando via anche le definizioni di cosa è bene e cosa è male. Poco prima ero stato colpito da un improvviso attacco d&#8217;ansia che ho pensato di affrontare mettendomi a dormire. <br>&#8220;è un messaggio che il tuo corpo ti manda per chiederti a gran voce &#8216;jaco fermati, davvero: ho bisogno di te, ascoltami&#8217; &#8220;, le sue parole di fronte alla mia onesta richiesta di aiuto. <br>E nonostante fosse venerdì sera e la FOMO continuasse a propormi allettanti promesse per la serata, sentivo di essermi convinto che quelle parole le avrei ascoltate: <em>finisci di lavorare e vai a casa Jacopo</em>, mi sussurravo con amorevole compassione. <br>Uscito dalla sala degustazione, ero riuscito nell&#8217;impresa di ignorare il telefono, allineando il manubrio della bicicletta dritto verso casa. L&#8217;ansia di quel pomeriggio mi aveva spaventato ed Elia aveva ragione nel suggerirmi di non dimenticarmi del corpo.<br>Intanto uno sconosciuto dolore al petto aveva fatto irruzione nei miei movimenti più spontanei. Passa un giorno, ne passano due, ne passano tre&#8230; ma dallo sterno nessun segnale di miglioramento, anzi: la crescente irruzione di chi si sente investito dal vento della novità.<br>Silenzioso e solitario mi ero quindi diretto verso casa: 2 metri. 2 metri che equivalgono forse un quarto di pedalata. Lo spazio sufficiente per girare l&#8217;angolo e incrociare lo sguardo di Adam, un ragazzo texano che quella sera aveva organizzato l&#8217;apertura di una serie di eventi. <br>&#8220;Hey man&#8221;, con quell&#8217;accento goloso di consonanti, &#8220;what&#8217;s up? Are you joining us tonight?&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infilo la chiave nella toppa che sono già passate le 3 di notte, e beffardamente sorrido, ripensando alla debolezza delle mie intenzioni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per fortuna, o per necessità, riesco a dormire fino alle 11:30: <em>conditio sine qua non</em> per poter affrontare un lungo, lunghissimo sabato. Cucino pranzo per i coinquilini i quali ,riempiendomi di complimenti, mi fanno credere di saper cucinare per davvero. Ormai gallo, monto in bicicletta e vado a fare aperitivo al <em>Labrador </em>(il mio bar buttato del cuore) con Labe e Angela, la sua morosa: probabilmente gli unici a mantenere la promessa di venire a trovarmi qui in Spagna. Un <em>tercio, </em>come ormai ho imparato a chiamarlo, e un piattino di <em>jamòn y queso.</em> <br>Appena inizia a piovere ci salutiamo: un&#8217;altra festa era già cominciata, ed io ero di quel ritardo corretto da non apparire irrispettoso. <br>Alle 7:30 del mattino esco dalla discoteca che il buio era ormai affar del passato.<br>Non mi sento stanco, perciò stoico inizio a fare piani per la giornata: il campionato di <em>bike polo</em>, super <em>l&#8217;afterparty</em> a nord di Valencia, ma la pioggia battente e le scarpe inadatte avevano scritto a caratteri cubitali: &#8220;vai a casa Jacopo&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre mi perdo tra la vie di una Valencia chiusa per l&#8217;accozzaglia di una serie di eventi (competizione podistica, <em>las fallas, </em>partita del Levante, MuVi festival&#8230;), mi accorgo che mi manca mia sorella. Che mi manca esserle fratello. Che v&#8217;è assenza di quel tempo durante il quale eravamo due bambini complici che, quando i nostri genitori ci portavano in vacanza in campeggio, si facevano i gavettoni, attenti a non farsi scoprire. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho un lungo elenco puntato nella testa.<br>Ho tanto spazio libero nel cuore.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">????<br></p>
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		<title>UN LUOGO MITICO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jacopo.masi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Feb 2025 20:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Febbraio 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Lo sabes por qué?&#8221;&#8220;Por qué qué?&#8221;&#8220;Por qué para nosotros, los italianos, es más fácil aprender otro idioma?&#8221;&#8220;No, dime.&#8221;&#8220;Porque no somos colonizadores. Ellos, los españoles, los franceses… ellos están acostumbrados a que, donde van, pueden llevar sus cosas: sus culturas, sus idiomas… y esto porque históricamente han sido colonizadores. Lo llevan en la sangre. Nosotros, que [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Lo sabes por qué?&#8221;<br>&#8220;Por qué qué?&#8221;<br>&#8220;Por qué para nosotros, los italianos, es más fácil aprender otro idioma?&#8221;<br>&#8220;No, dime.&#8221;<br>&#8220;Porque no somos colonizadores. Ellos, los españoles, los franceses… ellos están acostumbrados a que, donde van, pueden llevar sus cosas: sus culturas, sus idiomas… y esto porque históricamente han sido colonizadores. Lo llevan en la sangre. Nosotros, que ni siquiera hemos podido colonizar el desierto, estamos históricamente acostumbrados a la adaptación. Me entendéis?&#8221;, e ne seguì la discussione di una tesi sull&#8217;<em>antropologia dell&#8217;interazione culturale</em>, mentre la sua ragazza lo guardava con occhi di gatto e, proprio come un gatto, strofinava la coda sulle nostre giacche, per assicurarsi che anche noi fossimo ammaliati da tanta retorica. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I bar sono un luogo <em>mitico</em>, a partire dal suo significato etimologico: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Dal greco <em>mỳthos</em> (&#8220;parola, racconto&#8221;), [&#8230;] il m. è funzionale alle forme di esistenza della comunità.</p>
<cite><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/mito/" data-type="link" data-id="https://www.treccani.it/enciclopedia/mito/">Encoclopedia Treccani</a></cite></blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">WHAT IS COOL?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;To me she&#8217;s a bit weird, what do you think?&#8221;, ormai sfatto, provando a riavvolgere il nastro della serata, mentre Thibault e Gobi, in piedi davanti a me, personificavano il teatrino dell&#8217;angelo e del diavolo sulle spalle.<br>&#8220;She isn&#8217;t weird&#8221;, prese la parola Thibault, il diavolo, &#8220;she just isn&#8217;t cool, that&#8217;s why maybe&#8230;&#8221;, e mi ero accorto che avevo già smesso di ascoltare.<br>Poi il rinsavimento. Una parola aveva azionato la chiusura del circuito per il passaggio degli elettroni: &#8220;She isn&#8217;t cool? What is cool?&#8221;, e mentre aspettavo una risposta avevo già incalzato con un ulteriore fascio di luce: &#8220;you must define it, otherwise there could be a gap in the communication.&#8221;, e lento mi ero rimesso al sostegno della panchina de Plaza del Centenar de la Ploma.<br>&#8220;Cool? Cool?&#8221;, classica presa di tempo di chi è maestro del teatro dell&#8217;improvvisazione, &#8220;Cool is like&#8230; when you have a strong personality. That&#8217;s cool. Cool is true. Cool is real. We&#8217;re cool&#8230;&#8221;, cavalcando l&#8217;onda emotiva di una risposta convincente. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dialogo era ormai diventato due monologhi: quello di Thibault a sostegno della sua tesi sulla <em>coolità </em>delle cose, e il mio, nel rimbombo della mia testa già piena della nebbia dei fumi della serata. Una struttura a doppia elica di due filamenti tenuti insieme dalle basi azotate delle nostre sovversioni.  </p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-right is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sovversione</strong> /sov:er&#8217;sjone/ s. f. [dal lat. tardo <em>subversio -onis</em>, der. di <em>subvertĕre</em> &#8220;sovvertire&#8221;]. &#8211; [profonda e violenta alterazione di un ordine costituito, spec. nell&#8217;ambito sociale e politico: <em>la s. delle istituzioni</em>] ≈ capovolgimento, eversione, rovesciamento, sconvolgimento, sovvertimento, stravolgimento.</p>
<cite><a href="https://www.treccani.it/vocabolario/sovversione_(Sinonimi-e-Contrari)/?search=sovversione%2F" data-type="link" data-id="https://www.treccani.it/vocabolario/sovversione_(Sinonimi-e-Contrari)/?search=sovversione%2F">Enciclopedia Treccani</a></cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Chiedo supporto alle definizioni, e nel farlo, scopro che quello che doveva essere un punto, si trasforma nell&#8217;inizio dell&#8217;ennesimo flusso di coscienza.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché in quel momento, sovversivo ero io: io che parlavo della mia responsabile cercando approvazione tra i miei amici per non approvarla; io che sentivo il mio <em>ego </em>gonfiarsi al ritmo degli afflati della parola <em>cool</em> attribuita alla mia persona; e io che, in quanto a <em>Homo Sapiens</em>, costruivo barriere sociali nell&#8217;illusione di poter frammentare il mondo, così da poterlo meglio controllare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tante sono le influenze in questo periodo. <br>Tanti gli stimoli che s-modellano la latta della mia personalità.<br>Mi stavo riconoscendo come cibo, sesso e spiritualità. Ma oggi, ad un mese e mezzo dall&#8217;inizio dell&#8217;anno della trasformazione, riscopro la mia quotidianità costellata di musica, violenza ed antropologia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La fotografia di quel bagliore raccontava di tre ragazzi, di notte, nella ricerca scalzonata di un qualcosa: poche ore prima avevamo dato il via al nostro primo evento e, poche ore dopo&#8230; poche ore dopo ci saremmo gettati ad occhi chiusi nella struttura di un futuro incoscientemente programmato.<br>Vini&amp;Vinili, o qualcosa del genere: a partire da questo incastro avrebbe dovuto prendere forma l&#8217;evento. Di mezzo una cantina del 13esimo secolo, e di mezzo il San Valentino: due occasioni che, seppur anacronostiche, avevano scavato gli argini per il fluire del nostro &#8220;volerci raccontare.&#8221; La risacca mi avrebbe svuotato dagli entusiasmi di un risultato pienamente sufficiente, ma lontano dall&#8217;alfabeto a partire dal quale avrei voluto costruire le mie parole: è strano quando la realtà ti restituisce la discrepanza.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Allora che te n&#8217;è parso?&#8221;, mi aveva chiesto Melissa quando ormai dovevamo solo più spazzare a terra.<br>&#8220;Mmm, penso che sia andato bene, anche se non era questo ciò che avevo in mente.&#8221;<br>&#8220;Ci sta, ti capisco. Però è un inizio no?&#8221;<br>&#8220;Sono d&#8217;accordo. Ma è un po&#8217; come se facessi un film e la gente mi dicesse: &#8216;che bella questa canzone!&#8217; &#8220;</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;We have to find a connection between music and wine. I&#8217;m stuck in thinking about the location, and the target.&#8221;, due giorni dopo, discutendo con Thibault mentre un pessimo Vermouth scandiva i tempi del nostro parlare.<br>&#8220;Yeah, I know what you mean. And I think that live music will be better then mixing vinyls.&#8221; </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il flamenco aveva interrotto il nostro parlare, e, se questo fosse un libro, la vista di una ragazza, la nostra amicizia. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><br></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>2 MESI E 1/2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jacopo.masi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Feb 2025 17:44:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Febbraio 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Quando torni, Chicco?&#8221; mia nonna, dall&#8217;altra parte del telefono.&#8220;Inizio maggio, mi sa&#8221;, esorcizzando quel volo già comprato per il 30 aprile.&#8220;Uh, ancora tanto&#8230; due mesi e mezzo.&#8221;&#8220;Eh sì. Sono a metà: sono arrivato a inizio dicembre. Sono passati due mesi e mezzo e altrettanti me ne mancano.&#8221; Solo in quel momento mi resi conto che [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Quando torni, Chicco?&#8221; mia nonna, dall&#8217;altra parte del telefono.<br>&#8220;Inizio maggio, mi sa&#8221;, esorcizzando quel volo già comprato per il 30 aprile.<br>&#8220;Uh, ancora tanto&#8230; due mesi e mezzo.&#8221;<br>&#8220;Eh sì. Sono a metà: sono arrivato a inizio dicembre. Sono passati due mesi e mezzo e altrettanti me ne mancano.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo in quel momento mi resi conto che stavo scollinando. D&#8217;ora in poi sarebbe stata tutta discesa: quella che incalza e che mi catapulta direttamente a valle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso. Oggi. Nella replica di questo istante.<br>Prolungherei il mio stare qui, a Valencia.<br>Come un fermo immagine che si moltiplica nell&#8217;incedere del tempo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">RAPPORTI UMANI</h2>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Allora Jacopo, come stai?&#8221;<br>Sposto lo sguardo fuori dalla finestra per un istante, poi non mi nascondo: &#8220;Bene.&#8221; e non aggiungo altro, se non quel silenzio scomodo di chi sa di dover aggiungere dell&#8217;altro.<br>Lei mi guarda, aspettandosi quell&#8217;altro. <br>È la prima volta che la vedo. <br>Dall&#8217;altro lato dello schermo scorgo solo il suo mezzobusto e un&#8217;insolita parete arancione. <br>&#8220;Sì, sto bene. C&#8217;è il sole, sono andato al mercato&#8230; insomma sto bene.&#8221;, scagionando la mia colpevolezza con un sorriso.<br>&#8220;Bene Jacopo. Sono contenta che tu stia bene. Ma ora dimmi: di che cosa vuoi parlare?&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anita è la mia <strong>nuova </strong>psicologa.<br>Anita è la mia nuova psicologa. E io, che mi sento spesso <strong>nuovo </strong>nel vedermi ripercorrere i miei stessi passi, non avevo voglia di raccontarmi. Perché ritornare ancora e ancora su quel sample, ascoltato così tante volte da lasciarmi indifferente?<br><em>Anita, io sto bene. In questo momento sto bene. Ed è vero che ci sarebbero un sacco di cose da dire, ma non ho voglia di lasciare il presente per addentrarmi nella selva oscura. </em><br>La mia venerazione del <em>qui ed ora</em> durò il tempo di un&#8217;ulteriore domanda: &#8220;Hai detto che questo (il percorso terapeutico) è il regalo che hai fatto a te stesso per il 2025, posso chiederti come mai?<br><em>Ok, cedo</em>. E disordinatamente le racconto tanto. Per fortuna la sua mente s&#8217;era fatta telaio di fronte al groviglio delle mie parole, e nella matassa di eventi e interpretazioni, era riuscita a coglierne un filo, uno solo, a partire dal quale iniziare a ricamare la nostra di storia.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">Conservo un pizzino sepolto tra la cera della mia candela che è lì dalla prima Luna Nuova dell&#8217;anno, e ancora si rifiuta di bruciare. Evidentemente non sono ancora pronto a lasciare andare il messaggio che si porta dentro. <br><em>Arriverà, </em>mi dico. E coniugo al futuro tutti i verbi che sostengono la mia innata inclinazione alla speranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le energie dei corpi, intanto, ritornano a brulicare sotto il caldo tepore dell&#8217;inverno. <br>Era stato il <em>flamenco</em> a darmi la spinta: l&#8217;insostenibile intensità di quei suoni, rubati alle viscere tra il diaframma e l&#8217;intestino, mi obbligò a ricercare una scappatoia per veicolare tanta energia. Le mie mani, calde, mi bombardavano di segnali. <br>&#8220;Puedo?&#8221;, domandai a Thibault, appoggiandogli il palmo sulla spalla sinistra, &#8220;I can&#8217;t hold all this energy. I need to let it go.&#8221;<br>&#8220;Sì&#8221;, come se non fosse successo niente. &#8220;Sì&#8221;, come se&#8230; cazzo, quanta libertà sto ragazzo.<br>E mentre la mia mano si contraeva seguendo gli impulsi della musica, il suo collo e la sua spalla s&#8217;erano fatti pista d&#8217;atterraggio di tanto sublimare. Mai la musica mi aveva regalato tanta intensità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finito il concerto, iniziano le fantasie.<br>Finite le fantasie, iniziano le speranze.<br>Finite le speranze, iniziano i Vermouth. <br>Bianchi. <br>Con ghiaccio.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">La rividi sul balcone a condividere, senza gelosie, il sole di Valencia.<br>In quell&#8217;istante pensai: &#8220;che bello!&#8221;<br>Ero contento che ci fosse anche lei alla festa. Ero contento. Senza altre spiegazioni.<br>E quindi &#8220;che fai?&#8221;, &#8220;che non fai?&#8221;, &#8220;hai trovato lavoro?&#8221;&#8230; il nostro parlare era un continuo lancio di dadi nell&#8217;attesa del numero vincente. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quando il sole si era nascosto dietro l&#8217;altissimo palazzo a ovest, decidemmo di silente accordo che era il momento di abbandonare il balcone, dando vita ad un nuovo arcipelago di coppie, trii e gruppi pronti a conoscersi per mezzo di ciò che una casa, una festa o la combinazione di entrambe potevano offrire. <br>&#8220;Dov&#8217;è camera tua?&#8221;, mi aveva colto di sorpresa nel bel mezzo di una canzone.<br>&#8220;Sta là dietro, non l&#8217;hai mai vista?&#8221;, indicando con la mano l&#8217;astratta geografia della casa che avevo in testa.<br>&#8220;No&#8221;, aspettandosi forse un invito.<br>Ma il ritmo di un&#8217;improvvisata percussione aveva incatenato il mio corpo al pavimento, mentre la testa, soave, aveva già iniziato a fantasticare su quella domanda.<br>Passa <em>What&#8217;s Up, </em>passa <em>Redemption song, </em>passa <em>I&#8217;m yours</em>, ma ancora non avevo trovato il modo di riavvolgere il nastro della nostra conversazione; e più ne pianificavo una strategia più mi sentivo risucchiato in uno spazio dove il suono delle parole non vibrava di alcun significato.<br>Così temporeggio, regalandomi una fuga nell&#8217;incarnazione di una sigaretta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al mio rientro in casa, incrocio il suo sguardo, e senza che l&#8217;aspettativa potesse tirare le redini della cautela, mi sorpresi pronto nell&#8217;attendere una sua risposta: &#8220;Certo!&#8221;, mentre fece per seguirmi in camera. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il resto sono due corpi impauriti che cercano conforto tra le morbidezze di un letto.<br>Il resto è lo scudo di chi ama riempire i vuoti di parole e di chi invece se ne libera, lanciando domande al ritmo di 140 bpm.<br>Il resto siamo noi, tutti noi, mentre ci chiediamo cosa vogliamo fare, cosa dovremmo fare, o cosa l&#8217;altro si aspetta che facessimo. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><br></p>
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		<title>UN NON-LUOGO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jacopo.masi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Feb 2025 11:30:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Febbraio 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Entonces cómo te sientes? Qué te parece hasta ahora?&#8221;, si era girata verso di me Rosa, the big boss of Proava, and also mine.&#8220;Super guay. Tengo mucha buena suerte nel estar aquì&#8221;, io ancora claudicante con lo spagnolo, mentre alternavo la messa a fuoco tra lei in primo piano e la tavolata di persone importanti [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Entonces cómo te sientes? Qué te parece hasta ahora?&#8221;, si era girata verso di me Rosa, <em>the big boss of <a href="https://proava.org/">Proava</a>, and also mine.</em><br />&#8220;Super guay. Tengo mucha buena suerte nel estar aquì&#8221;, io ancora claudicante con lo spagnolo, mentre alternavo la messa a fuoco tra lei in primo piano e la tavolata di persone <em>importanti</em> con le quali ancora non mi sentivo a disagio. &#8220;Y sabes lo que me gusta mas?&#8221;, desideroso di condividere, &#8220;que siento una muy buena energia entre las personas.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tavolo contava dodici persone, chi dei piani alti della Federazione Sommelier di Spagna, chi fondatore dell&#8217;associazione degli enologi, chi assaggiatore, chi manager di due ristoranti a Madrid&#8230; un <em>pot-pourri</em> di donne e uomini che &#8220;sapevano il fatto loro&#8221;, pensavo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo sfondo di tanta carne, barbe e vestiti era il ristorante <a href="https://modemovimiento.com/">Mo de Movimiento</a> di Madrid: un luogo figlio di un teatro e della mente libera e creativa dei suoi abitanti. Un luogo dove i camerieri si muovono in pigiama e il bagno è il set di un film di Kubrick; e dove mangiare è il risultato di un melodico processo che suona la stessa canzone dalla terra al piatto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Claro&#8221;, mi fece Rosa in risposta alla mia meraviglia, &#8220;porque todas las personas sentadas en esta mesa valen.&#8221;<br />Un attimo di pausa.<br />&#8220;TODAS, valen.&#8221;, rivolgendo lo sguardo verso di me, già pronto ad innabissarmi nel disagio dell&#8217;interrogativo: <em>che ci faccio qui?</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Yo también, valgo. </p>



<h2 class="wp-block-heading">CHILOGRAMMI DI PAROLE</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quando mi hanno detto che sarei dovuto andare a Madrid ho subito pensato al quadro. Che ci fossero due fiere, un&#8217;innumerevole sfilza di ore di lavoro, la distanza, la socialità, la stanchezza&#8230; che ci fossero tutte queste variabili nel gioco, non sembrava poter mettere in discussione la mia ferma volontà di andare al <a href="https://www.museodelprado.es/">Prado.</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Hasta qué hora vamos a trabajar?&#8221;, avevo domandato ad Isa poco prima di partire.<br />&#8220;Hasta la tarde, algo asì.&#8221;, lei senza troppo credere in quella risposta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giovedì sveglia alle 5:45, doccia fulminea, meditazione istantanea e un&#8217;inaspettata attesa alla fermata del bus. <em>Non sapevo ci fossero i metal detector</em> in stazione, ho pensato poco prima di salire sul treno. Poi il vuoto di un paio d&#8217;ore di scomodi e rapidi sonni, e l&#8217;arrivo puntuale nella capitale spagnola. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tappetino per fare yoga comprometteva ogni mio tentativo di viaggio confortevole, costringendomi a fermarmi ogni dozzina di metri per ridargli un nuovo equilibrio sulla valigia. Il cielo faceva l&#8217;inverno e i rumori dei passi veloci della gente attorno a me mi richiamava all&#8217;attenzione: biglietto. Metro 1. Metro 8. Feria de Madrid. Questo è il piano.<br />Arrivo in fiera dopo essere inciampato in una pozzanghera: <em>un solo paio di scarpe, </em>avevo osato, pagando fin da subito quell&#8217;azzardo. Il nostro stand si chiamava Gastro<em>-qualcosa</em> e consisteva in un grosso rettangolo diviso in due parti: quella aperta con un tavolo per uno show-cooking e una ventina di sedie per il pubblico, e quella chiusa all&#8217;interno della quale era stata montanta un&#8217;efficientissima cucina. Io, indeciso e mal indirizzato, decido di ciondolare tra quei due spazi, trasfrormandomi in scioltezza da cameriere ad assaggiatore, da <em>runner</em> a aiuto-cuoco, da normopeso a&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.ifema.es/fitur">Fitur</a> prima e <a href="https://www.madridfusion.net/">Madrid Fusión</a> dopo: i due festival nei quali avremmo dovuto lavorare portando la cucina valenciana. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La solita intensità dei festival si era trascinata con sè qualsiasi spiraglio di tempo libero, così arrivederci Prado, ci riprovo domani, ma il venerdì è il copia incolla del giorno prima, con un&#8217;ora di sonno in più e il senso di colpa sempre più persistente nel mettermi a confronto con le forme del mio corpo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ne devo parlare con la mia psicologa, </em>penso, salvo poi ricordarmi di non averle ancora risposto al messaggio per fissare la nostra prima seduta. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Venerdì sera mangio del pesce avanzato da uno dei mille mila cuochi invitati a cucinare in fiera, ma sarà un&#8217;irresitibile <em>femme fatale</em> di <a href="https://atragos.com/tienda/tantum-ergo-brut-nature-rose-atragos-com-d-o-cava/">Cava</a> a prendersi lo scettro di colpevole. Mi sento goloso e appesantito, così rincaro la dose, regalandomi ancora un <a href="https://www.eldulceobjetivo.com/roscos-de-loja/">Rosco de Loja:</a> un Pan di Spagna asciutto e sottile, farcito con una “crème pâtissière” a base di sciroppo e semolino di grano, ricoperto da una meringa semisecca (➡definizione ufficiale). Dioniso che mi fa l&#8217;occhiolino (➡definizione non-ufficiale).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sabato entro in fiera riposato e ne esco ormai rassegnato che il Prado sarebbe diventato un grosso rimpianto. Le giornate lavorative avevano ormai assunto la forma geometrica di un cubo grosso e pesante posizionatosi esattamente tra la sveglia della mattina e il programma post serata. Non c&#8217;era nessuna possibilità che riuscissi a presentarmi al museo per le 17 (orario consigliato per mettersi in coda in attesa che aprissero le porte per gli ingressi gratuiti). Così mi arrendo e, seppur senza appetito, ordino un menù hamburgher di kimchi + patatine + gallette, dal ristorante appena aperto di alcuni amici di Isa; da bere uno dei migliori bianchi Denominazione di Origine di Valencia: <a href="https://www.navarrobodeguero.com/vinos-y-cavas/vino/el-arbol-blanco/">El Árbol Blanco di Fernández Pons,</a> un passaggio in Rolls Royce con in cassa May Ninth dei Khruangbin.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Khruangbin - May Ninth (Official Video)" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/sTcHbELHYCk?feature=oembed"  allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La domenica rincara la dose con una sfiziosa cena da <a href="https://varrarestaurante.com/">Varra,</a> tradottasi poi con un <a href="https://gbl.19crimes.com/products/19-crimes-hard-chard">19 Crimes Chardonnay d&#8217;Australia:</a> una scazzottata minerale ai bordi della lingua. &#8220;Il dopo cena sarà tua responsabilità&#8221;, aveva deciso Rosa, che mi affidava più incarichi di perdizione che tasks lavorative. &#8220;Vamos en el Harvey&#8217;s&#8221;, dico al tassista rivelando il mio piano a tutto il team. Se Madrid rappresenta per me un <em>non-luogo,</em> l&#8217;<a href="https://maps.app.goo.gl/rTgRsFWKdovYfAND6">Harvey&#8217;s Cocktail Bar</a> sembra volerne scappare, nascondendosi nei sotterranei di un anonimo quartiere residenziale gentrificato. Al suo interno il colore è il rosso e il profumo è la cannella, ed io per non sbagliare domando Campari e creatività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lunedì è l&#8217;ultimo giorno, nonché il primo della nuova fiera Madrid Fusiòn. Ormai rassegnato all&#8217;idea di tornarmene a Valencia senza aver visto il quadro, mi gioco il jolly <em>preguntando</em> ad Isa se posso spostare il treno al martedì.<br />&#8220;Dile a Monica&#8221;, lei senza troppe attenzioni, e in poche ore un messaggio mi notifica il cambio: c&#8217;è speranza! Approffito della mattinata &#8220;con meno incarichi&#8221; per dedicare le mie stanche attenzioni ad una masterclass sui vini vulcanici: due bianchi di <a href="https://www.hatzidakiswines.gr/en.html">Bodega Hatzidaki</a> (Santorini, Grecia), 2 bianchi di <a href="https://www.suertesdelmarques.com/">Suertes del Marqués</a> (Tenerife, Islas Canarias, España), e una bianco e un rosso di <a href="https://www.antoniomacanita.com/pt">Bodega Antônio Maçanita</a> (Azores, Portugal). Un vaggio durato un istante tra i sapori minerali che raccontano del mare in un bicchiere. Affascinante, ma mi aspettavo di più&#8230; Esco dalla sala di degustazione alla ricerca di un caffè, ma Isa mi intrappola nell&#8217;ennesimo calice di bianco con crianza: desisto, annuso, assaggio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una scritta attira prepotentemente la mia attenzione: &#8220;Gabriel García de Oro: Construcción de Marca y Storytelling.&#8221;<br>Anzi, una parola attira prepotentemente la mia attenzione: &#8220;Storytelling.&#8221;<br>Ritiro ogni mio proposito di ingrassare trattenendomi dall&#8217;assaggiare prodotti mai incontrati, per dirigermi alla sala Wine Edition, dove l&#8217;ex sommelier de <a href="https://elbullifoundation.com/elbulli1846/">elbulli,</a> Ferran Centelles, chiacchiera con Gabriel García de Oro, esperto in storytelling emozionale, sull&#8217;importanza del racconto, nel mondo dei vini e nel mondo degli umani. E mentre una slide raffigurante le emoji delle 6 emozioni primarie (????????????????????????) creava un ponte tra l&#8217;ascoltatore e l&#8217;ascoltato, io mi ero già perso nel fantasticare rosee carriere da giorovago narratore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non sarebbero stati i vini, non la passione sentimentale per la parola, non la mia prima volta con un <a href="https://asiaticoshop.com/">Cafè Asiatico</a> a distrarmi dal mio obiettivo: dovevo andare al Museo del Prado e dovevo farlo subito. <br />&#8220;Te apetece una cervecita?&#8221;, si immette Isa nella corsia di sorpasso.<br /><em>No. No me apetece manco per niente, </em>pensavo di aver risposto.<br />&#8220;Claro! Vamos!&#8221;, poi la realtà dei fatti.<br />Così un ultima <em>doble</em>, con gli occhi sull&#8217;orologio e la leggerezza di chi già sa a chi addossare le colpe dell&#8217;eventuale fallimento. <br />Abbraccio Rosa, riempo lo zaino di altri due vini, e mi lancio in metropolitana. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono stanco. Stanchissimo. <br />Forse puzzo.<br />Ho una valigia nella mano destra, uno zaino stracolmo che mi distrugge le spalle e quel maledetto yoga mat che continua a cascare dalla assai ridotta busta di plastica. <br />La pioggia di stamattina ha fatto dei miei capelli un puzzle ancora inscatolato.<br />Ma la mia falsa determinazione è sufficiente a spingermi passo dopo passo all&#8217;uscita sbagliata della metropolitana. <br />Per fortuna me ne accorgo in tempo, e dopo aver sprecato un biglietto, mi rimetto in carreggiata.<br />Ho un piano: esco una fermata prima di quella del Prado, vado al Parque del Ritiro, mi siedo su una panchina, mi faccio una zanchetta, cerco un bar per fare pipì, e con una mezz&#8217;oretta di anticipo sull&#8217;apertura dei cancelli mi metto in coda.<br />Va tutto liscio, se non per il parco chiuso per il troppo vento, per un errore nel calcolo dei tempi e per la necessaria decisione di rimandare la pipì a una volta dentro il museo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta di fronte al Prado fatico a vedere la fine della coda. <br><em>Rinuncia Jacopo, vai direttamente da Marcolino, </em>mi suggerisce la parte di me autosabotatrice. <br><em>Col cazzo!</em>, risponde il Rocky Balboa che abita nel mio ipotalamo, <em>mo&#8217; ti metti in coda e aspetti! Almeno ci provi, cazzo! Sei arrivato fin qua, stanco, sfinito, spappolato&#8230; se deve essere sconfitta che sia Knock Out!</em><br><em>Hai ragione Rocky, </em>e cammino fino all&#8217;ultima persona in coda. <br>Sono le 17:20 e mancano 40 minuti all&#8217;apertura dei cancelli: la noia si apposta al bordo del fiume come il coccodrillo che osserva una mandria di gnu pronta ad attraversarlo. <br><em>Col cazzo!, </em>ritorna Rocky in pompa magna, <em>sono mesi che mediti! Ora ritrova il tuo centro e goditi il presente!</em><br><em>Un guru sto Rocky! Ma dov&#8217;eri tutto sto tempo?</em><br>Lo ascolto, mi metto le cuffie e seleziono un paio di pezzi scritti e raccontati da me: <em>se ti fossi imbattutto per la prima volta nella lettura di questo blog, è bene che tu sappia che all&#8217;anagrafe i miei si sono dimenticati chiamarmi Narciso.</em> <br>Devo fare pipì.<br>Il tempo scorre lento.<br>La mia voce mi riporta a st&#8217;estate.<br>Ma in fondo va tutto bene.<br>&#8230;<br>Inizia a piovere.<br>Ormai sono un guru anch&#8217;io, e impassibile lascio che la pioggia faccia di me quello che vuole. <br>Cucinami. Affogami. Strozzami, Purificami. Sono tutto tuo Adad, Tefnut, Hyades a qualunque altra divinità tu rappresenti. <br>Persino il cielo, ormai pronto a tramontarsi, sembra volermi convincere che anche il <em>non-luogo</em> Madrid sia un bel posto.<br>Per una attimo ci casco.<br>Fino a quando un ombrello rosa mi copre la testa. <br>Sono troppo guru per distrarmi, e impassibile finisco di ascoltare il mio pezzo in cuffia. Dopo un paio di minuti spengo il telefono, e mi volto: &#8220;Gracias&#8221;, e un sorriso.<br>&#8220;De nada! Si no te mojarías!&#8221;<br>Accanto a me un uomo, Pepe il suo nome, mi avevo donato <a href="https://averynormalguy.com/2025/01/07/contadino-delle-ramificazioni-narrative/">quella stessa gentilezza che mi ero promesso di allenare.</a> <br>Chiacchieriamo e scopriamo entrambi che siamo lì per un piccolo regalo che facciamo a noi stessi: lui per l&#8217;esposizione temporanea <em>Darse la mano,</em> e io per un quadro, uno solo: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Trittico_del_Giardino_delle_delizie">Il Giardino delle delizie,</a> di Hieronymus Bosch.<br>Il tempo passa, la pioggia anche e la coda sembra sciogliersi sotto la ricomparsa di un timido sole. <br>Di fronte alla cassa le nostre strade, la mia e quella di Pepe, si dividono: &#8220;Al final alla derecha.&#8221;, mi dicono gli addetti alla sicurezza, mettendomi in mano un biglietto diverso da quello di tutti gli altri.<br><em>E adesso che ho fatto?, </em>mi domando, senza riuscire a capire perché sia stato spedito dall&#8217;altra parte della strada.<br>Appena giro l&#8217;angolo, un&#8217;altra coda si frappone fra me e l&#8217;ingresso secondario. La combo valigia + zaino + yoga mat mi aveva fatto vincere un ulteriore controllo ai metaldetector. <br>Mi allineo al gruppo di asiatici di fronte a me e aspetto. <br>Aspetto.<br>Aspetto.<br>Superato il varco, una freccia mi indica il guardaroba: sono felice! Sono dentro al Museo e finalmente posso liberarmi di tutta l&#8217;oggettistica che mi portavo appresso. Via tutto, tutto tranne la macchina fotografica. <br>Mi dirigo al centro informazioni con fare deciso e minaccioso: &#8220;Donde està El Bosque?&#8221;, (lo chiamano così in Spagna).<br>&#8220;Mira, en la habitación 56a&#8221;<br>&#8220;Vale, gracias.&#8221;, e mi volto con un solo obiettivo in testa.<br>Dieci passi e torno indietro.<br>&#8220;Y el baño?&#8221;<br>&#8220;Aquì a la derecha&#8221;<br>Prima la pipì poi il quadro. <br>Tiro l&#8217;acqua, mi lavo le mani, mi rimetto le cuffie questa volta per ascoltare una canzone non mia. <br>La stanza 56a è vicina, vicinissima, e la raggiungo in fretta. <br>Mi guardo attorno&#8230; di Bosch neanche l&#8217;ombra. Mi muovo spaesato nelle sale vicine, ma niente. Tanti quadri bellissimi ma non Il Giardino delle Delizie. <br>Incontro un&#8217;addetta alla sicurezza e le domando dove lo posso trovare.<br>&#8220;Allí a la izquierda&#8221;, mi dice lei mentre già me n&#8217;ero andato.<br>Cammino veloce fino ad incontrare il varco alla sinistra: senza esitazione e con un carico di aspettativa capace di rovinare qualsiasi piccolo capolavoro di realtà, entro nella sala 56a. <br>Di fronte a me le spalle di una calca di persone in controluce spezzano in due il quadro: dalla mia posizione riesco a vedere solo la metà superiore illuminata. Già così è bellissimo. <br>Sono tranquillo. Non sento nessuna tensione nel corpo né alcuna imposizione della mente. So dove sono, e questo è sufficiente per restituirmi tutta quella presenza della quale avevo bisogno per riuscire a godere di tanta bellezza. <br>Mi posiziono al fondo della calca, esattamente in corrispondenza del centro del quadro. Sono l&#8217;ultimissimo, credo, e da tale posizione scatto un paio di foto alla piccola porzione che riesco a inquadrare: <em>scattale adesso, che dopo, quando sarai davanti, te lo vorrai godere appieno, </em>penso. <br>La fila si smuove, la gente si defila e io lentamente avanzo, mantenendo salda la posizione centrale. Il quadro si rivela sempre di più, passo dopo passo, e giunto a metà strada decido di scattare un&#8217;ultima fotografia.<br>Prendo il telefono.<br>Imposto lo zoom.<br>Metto a fuoco.<br>Ma dal rumore di fondo della musica che avevo nelle orecchie sento un grido indistinto.<br>D&#8217;un tratto una mano si frappone fra la camera e il quadro, e il grido, ora ben più definito, mi investe: &#8220;No photo here! No photo!&#8221; <br>L&#8217;agente della sicurezza mi guarda in cagnesco mentre io, ingenuo, ci metto un attimo per riatterrare nella realtà. <br>Intasco il telefono chiedendo timidamente scusa, e nel farlo, mi ricordo della macchina fotografica analogica che portavo al collo. Senza pensarci, la indico, domandando al mio predatore: &#8220;Y con esta tampoco?&#8221;. <br>Se avesse potuto mi avrebbe risposto: &#8220;Ma coglione!&#8221;, ma le barrierei linguistiche e quelle professionali lo avevano indotto a lanciarmi solamente uno sguardo di sfida. <br>Capisco. Mi arrendo. E ritorno alla conteplazione del quadro. <br>I dettagli fanno a gara per quel tanto conclamato istante di celebrità: uccelli che nutrono uomini, uomini che vengono mangiati da uccelli&#8230; cerchi di renne, conigli feticisti, fiori cagati da culi messi lì in bella vista: Il Giardino delle Delizie è l&#8217;ecografia meglio riuscita della mente umana, capace di balzare vertiginosamente dal soave al disgustoso, e viceversa. Le tre ante (comunemente identificate con Paradiso, Purgatorio, Inferno) raccontano dell&#8217;atomica unità del bene e del male: tutto è uno, e tra il tutto vi è anche l&#8217;uomo. Custode di nefandezze e venditore di bigiotterie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo una ventina di minuti lascio in eredità il mio posto in prima fila centrale a un altro essere animato di questa galassia. <br />Cerco <a href="https://www.museodelprado.es/coleccion/obra-de-arte/chicos-en-la-playa/edd7a202-c069-49f1-a3f4-eacf9b4022c2">Chicos en la playa,</a> di Joaquìn Sorolla, ma un cartello mi dice che è stato inviato in prestito ad un&#8217;altra galleria.<br />Fallisco.<br />E rientro nella catarsi di quel non-luogo che è Madrid.<br /></p>
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