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	<title>Febbraio 2026 | A very normal guy</title>
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		<title>SEI OCCHI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jacopo.masi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Feb 2026 07:02:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;La vedi quella cresta? È lì che devi andare. Prendi la macchina e raggiungi la montagna prima che si faccia notte.&#8221;Tra i miei ricordi non v&#8217;era più alcun resto del come fossi finito in India. Forse in India non c&#8217;ero mai arrivato.Ma vedere Peppa avvolta dal sari aveva sicuramente contribuito ad offuscarmi la mente.I tornanti [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">&#8220;La vedi quella cresta? È lì che devi andare. Prendi la macchina e raggiungi la montagna prima che si faccia notte.&#8221;<br>Tra i miei ricordi non v&#8217;era più alcun resto del come fossi finito in India. <br>Forse in India non c&#8217;ero mai arrivato.<br>Ma vedere Peppa avvolta dal <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Sari_(indumento)" data-type="link" data-id="https://it.wikipedia.org/wiki/Sari_(indumento)">sari</a> aveva sicuramente contribuito ad offuscarmi la mente.<br>I tornanti erano morbidi e familiari, ma il giorno sembrava voler chiudere il turno prima del solito.<br>Giunto in cresta, scendo dall&#8217;auto e inizio a camminare: non sapevo esattamente dove stessi andando, ma Peppa mi aveva detto che una volta giunto là avrei capito.<br>Pochi minuti, o chissà forse tantissimi, e il buio s&#8217;era già fagocitato la mia ombra.<br>Spaventato e confuso da quel rito che sembrava non volersi compiere mai, decido di tornare alla macchina.<br>All&#8217;erba preferisco l&#8217;asfalto, meno onirico e più schietto.<br>Ho paura di essermi perso, di non ritrovare più la macchina, di venire fagocitato anch&#8217;io dalla tersa notte.<br>D&#8217;un tratto mi volto, aggiungendo alla paura il sospetto: prima due, poi tre, cinque, sei. <br>Sei occhi verdi e gialli contavano i miei passi.<br>Tre lupi, capisco immediatamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi sveglio.<br>Sudato.<br>Prima di venire sbranato.<br>Forse era quello il rito&#8230;</p>



<h2 class="wp-block-heading">MI SIEDO AL TAVOLO E L&#8217;ASPETTO</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le do appuntamento al bar.<br>Quello dalle pareti ingiallite e con il parquet che scricchiola.<br>Le do appuntamento al bar, senza prendermi troppo cura dell&#8217;apparenza: indosso i pantaloni di ieri, che erano gli stessi di due giorni fa, bucati sul retro della coscia destra e <em>umidati</em> dalla pioggia che al mattino rifiuta di alzarsi. Sopra una maglietta, quella di babbo, oversize e con una piccola, irremovibile, macchietta. Ai piedi le Birkenstock, finalmente le Birkenstock, nonostante le Olimpiadi invernali siano appena iniziate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Arrivato al posto concordato, disturbo la barista chiedendole di quella ventina di barattoli colmi di erbe e spezie, ignorando cosa cercassi veramente. <em>Bancha, thé verde, Bicierin, con caffè e vaniglia, l&#8217;Avana, thé nero al rhum, Bella Torino, nocciole e karkadè&#8230; </em>&#8220;qualcosa alla liquirizia?&#8221;, sferzo a partita finita.<br>&#8220;Forse l&#8217;<em>Aria di montagna&#8221;,</em> e sparisce dietro il bancone per annusarne il barattolo, &#8220;no, mi spiace.&#8221;<br>&#8220;Vai, va bene quello lì rosso&#8221;, indicando uno dei tanti barattoli che le avevo fatto prendere dallo scaffale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi siedo al tavolo e l&#8217;aspetto.<br>La porta del bar si apre, mossa da una miriade di mani diverse.<br>Mani che afferrano calici di vini rossi e Campari come se fosse davvero domenica, e il grigio di una silenziosa Torino non avesse fatto effetto sugli umori della gente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Quiero una buena vibra para este domingo&#8221;, avevo scritto a Maikol, confidando nelle buone e nelle cattive intenzioni, ancora sotto effetto dei sanatori <em>om</em>. E tra le fusa e la malinconia, fu proprio l&#8217;appuntamento a farmi rinsavire dal torpore delle coperte. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Seduto al tavolo, impercettibilmente troppo alto per poter essere definito comodo, la aspetto, iniziando a sospettare che non arriverà mai. Premedito la fuga: non ho più niente da dire neppure a me stesso.<br>La pancia ribolle.<br>Gli occhi stanchi si portano via pure la mente.<br>Dal petto sibila un sospiro lento e silenzioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Perché c&#8217;è sempre quello che non hai?</em>, mi domando pensando a lei, e alle tre ragazzine sorridenti attraversare la vetrina. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono circondato di libri.<br>Di infusi.<br>Di torte.<br>Di persone quiete come Torino sotto la pioggia sottile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure lei&#8230; <br>Forse mi ha visto entrare, e disgustata dallo strappo sul retro della coscia destra, ha preferito dare un altro volto alla sua domenica. E arresomi al tempo presente, già mi proietto nell&#8217;altrove: <em>e adesso? le riscrivo? e se poi passo per pesante? forse dovrei accettare la realtà e passare oltre&#8230; </em>si incuneano i pensieri, giocando a tiro alla fune con una sola verità. Lì lì per accettare il verdetto, incalzo: è che la frequenza abbatte le aspettative; e l&#8217;idea di non vederla più la vestirebbe di un abito non più soltanto suo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È andata.<br>Lei non verrà.<br>Ed io&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">io non so più se ci siamo dati davvero un appuntamento. <br></p>
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