LA GUERRA D’INDIPENDENZA

por | Ene 17, 2026 | Gennaio 2026

“Sto pensando molto ultimamente al tema della casa, sai Jacopo?”, mi fa Villa durante l’inconsueta (per ora) passeggiata post-prandiale. “Sto pensando che il fatto di vivere da soli, in fondo, sia anche questa tutta una narrazione: sai, l’indipendenza, l’età adulta, i cosiddetti propri spazi… ma propri spazi di che? Tanto se vuoi startene da solo ti chiudi in cameretta e fai le tue cose. Ma almeno quando metti il muso fuori dalla tana sei costretto, in qualche modo, ad interagire con il coinqui che cucina, che mangia, che lava per terra… sei costretto ad uscire dalla tua testa e sostenere, chissà, un’apparentemente inutile conversazione sul Napoli a -6 dalla vetta della classifica.”

Ascolto in silenzio, convinto sin da subito dall’apologia della salute mentale.

“Vivere da soli amplifica ciò che hai dentro. Senza nessuno scambio, senza nessuna interazione, quei pensieri ti perseguiteranno ovunque: in doccia, in cucina, a letto, sullo yoga mat, alla finestra mentre ti fai le zanchette…”

Abbiamo normalizzato troppo in fretta un qualcosa che appartiene al genere homo occidentalis da forse mezzo secolo.
L’indipendenza non è una condizione necessaria (nel suo significato etimologico: ne + cedere, ossia da cui non ci si può ritirare, cioè che è inevitabile o indispensabile); eppure, come tutti i trent’enni del mondo che conosco la bramo, la ammiro, la contemplo.

Trent’enni di tutto il mondo unitevi, non avete da perdere che i vostri sovraprezzati monolocali.

È UN MOMENTO

Una grossa crisi ha colpito il fragile sistema di credenze che tessevano le fila della mia autostima.

“Allora Jacopini, che succede?”, sfodera la pistola Lorenza.
Ah si fa così? Mi chiedo, mentre sforno la sugnosa parmigiana preparata di corsa per le mie lovely commensali.
“Bah… diciamo che ci sono 3 temi”, e prendo tempo, un po’ indaffarato un po’ insicuro.
“Ah li dobbiamo indovinare?”, Salvini, dalla parte contemplativa del tavolo.
Ottima idea, non ci avevo pensato.
“Vai, sparate”, faccio io.
“Allora: lavoro, amore e famiglia”, Lorenza e Salvini senza essersi consultate, almeno a parole.
“Mmm ci siamo. Amore sì. Lavoro quasi, diciamo un po’ più in alto del lavoro: il lavoro appartiene a?”, suggerisco.
“Ai soldi?”, Lorenza.
“Ma no ahahah”
“Alla socialità?”, Salvini.
“Eh quasi… non è socialità, ma?”
“Ma?”, Salvini.
“Dai, soc…?”
“Soc…”, Salvini e Lorenza, in coro.
“Società. Un tema è la società. Uno è l’amore e il terzo?”
“Se non è famiglia, è salute!”, Salvini.
Bingo. Centro. Strike. Din din din alla slot machine.

Se il weekend fosse durato tre giorni, almeno 2 e mezzo li avrei trascorsi da solo, ad incimpriarmi il naso nella solitudine del mio monolocale sovraffollato di pensieri. Sfoglio annunci di case come se fossero i volantini del CRAI: mozzarelle in offerta, non mi servono, le prendo subito! Salvo poi rendermi conto che quelle mozzarelle non me le posso permettere, mettendo in crisi il sistema enogastronomico nazionale: catastrofe.

“Rosico perché non mi posso permettere una casa”, riassumo in una manciata di parole il mio essere ascoltato dalle orecchie più giuste del mondo. “Poi a me che me ne frega di organizzare eventi? Io voglio lavorare la terra. Il mio sogno è fare il contadino, ma quando ci vado in campagna? A 50 anni, che manco potrò più muovere la schiena?”, ormai capitolato nel disfattismo. E mentre Salvini e Lorenza prendono appunti nelle loro testoline magiche, persino io mi stufo di ascoltarmi lamentoso: “ma vabbè, chissenefrega.”
“No, il cazzo chissenefrega Jacopini!”, Lorenza, con ormai la pistola fumante in mano, “tante volte uno non si rende conto del proprio percorso perché ci è dentro fino al collo, ma io lo vedo. Io vedo che in qualche modo tu stai unendo quei puntini che ti sembrano così lontani e isolati. La realtà è fatta di tante cose, tra le quali i soldi, inutile negarcelo. Forse in questo momento non riesci a vedere dove stai andando, ma vuoi per i soldi, vuoi per le opportunità, vuoi per il disegno immaginifico che chissà chi ha predisposto per te, ti tocca farlo. Eh beh, succede. È un momento.”
“È un momento.” ripeto per imparare.

E poi l’amore: quella roba che si incaglia lì, in mezzo alla gola. Dove stiamo andando?, mi chiedo e via a cascata con le mille mila altre paranoie del distretto suburbano del cuore.

“Ma tu credi davvero che le persone non si guardino attorno? Credi davvero che non vi siano tentazioni, pensieri, sudori sanguinolenti? Siamo tutti lì Jacopo, è assolutamente normale”, Salvini Cupido delle relazioni sotterranee.
“Eh sì, ma sta roba mi destabilizza, perché sento che ancora una volta potrei buttare nel cesso tutto. Sto sempre lì a raccontare che voglio l’amore, bla bla bla… poi quando ce l’ho, scappo. E mi sento in colpa! Mi sento in colpa perché Dio bono, Ja non ti va mai bene niente! È sempre stato così, pure con la ragazza che amavo com’è finita? Che sono andato a letto con un tipo…”
“Sì, ma quanto tempo fa?”
“Eh 5 anni fa.”
“Eh cazzo. Va che sei cambiato eh! Il solo fatto che tu non voglia ripercorrere quelli stessi passi. Che tu non voglia riscrivere la stessa storia all’infinito. Sono tutti segnali di un cambiamento in atto. È un momento, Ja: datti il tempo di comprenderle le cose, prima di etichettarle.”
“È un momento.” ripeto per imparare.

In fondo mi sembra di capire che sia tutto un momento.
Che sia sempre tutto la fotografia di un istante.

“È un momento.” ripeto per imparare e per passare oltre, al prossimo momento.

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