C’ERANO TUTT*

por | Ene 3, 2026 | Gennaio 2026

S’è fatto il Natale.
Sordido e loquace, come sempre.
Un Natale fatto di grassa immaginazione e parole rapite dal mondo, dove dovrebbero, e vorrebbero stare.

Zio dice: “ma come? siete in 4 (donne) e i piatti li lava Jacopo?”
Embé?”, io, subito sulla difensiva.
Starà scherzando, penso, e spero, un secondo dopo.

Nonna dichiara di essere razzista, senza sapere bene cosa significhi.

Un altro zio si fa le canne.
E io con lui.
La notte della vigilia, travestiti da amici, intellettuali e babbi natale.

Rich corre 8,5km la mattina del 26.

Mia cugina parla sempre del suo moroso.
Difende a spada tratta il suo moroso.
Va al cinema il 25 sera col suo moroso.
Mia cugina è il suo moroso.

I nuovi bambini stentano a dire “grazie”, sia pure a Babbo Natale.
Mentre i vecchi stentano ormai a crederci, a Babbo Natale.

Svelo a Marina un segreto.
“Inter nos”, esordisco, con in faccia le bianchissimissime montagne, che rendono Torino sempre più bella (nonostante i soldi del PNRR).
Le dita chiuse sulle labbra fanno la zip al gossip.
“Mi sono fidanzato…”
“Lo stavo pensando: chissà se Jacopo ha una ragazza…”
Per un attimo ho temuto il KNOCKED OUT!
Ma per fortuna Rey Mysterio mi ha insegnato il colpo di reni.
“Un ragazzo”, faccina sorridente.
E crollo, messo KO dalla tavola ipercalorica, e la bile un po’ più amara.

ARRIVERÀ

Scrivere è diventato ormai un atto impuro.
Chi ne è più capace?
Io no.
Non lo sono stato due settimane fa, quando ho fatto una grande festa.
Non lo sono stato una settimana fa, quando la grande festa l’ha fatta qualun altro, ormai più di 2000 anni fa.
Non lo sono stato 2 giorni fa, quando alla grande festa ci ho lavorato.

Ho smesso di scrivere, e ho iniziato a festeggiare.
Come se le due cose fossero in antitesi.
Come se o si balla con i piedi, a ritmo di musica, o con le dita, a ritmo di fascinazione.

Ho smesso di scrivere ed ho iniziato, allo stesso tempo a frequentare la gente e impaurirmi del silenzio.
Ogni giorno mi chiedo: “stasera che faccio?”
E ogni sera: “sarò capace di tornare alla normalità?”

Da tempo latente, ormai, fuggo questo momento. Il momento della scrittura.
Faticano le parole a dare forma ai ricordi, perché troppi si sono appiccicati alle pareti della memoria, che adesso a stento riescono a uscirne. I miei 30 anni, di ballo, puro ballo, fatiscente ballo. Gli amici che continuano, con adorabile ritardo, a prolungarne la festa, fatta di auguri perenni e sorrisi bambineschi. C’erano tutt*. Era La Festa di Tutt*. Con tanto di locandina e ceneri sparse qua e là, a frammentare la lunga linea del tempo in fotografici istanti.

Non sto dicendo niente. Ma quando è l’insieme a fare il quadro, è impossibile soffermarsi su un dettaglio senza che l’attenzione venga catturata dalle distrazioni dell’orizzonte.

C’erano tutt*. E questo basta a descrivere un momento.
C’erano le basic, pavonesse dalle piume sgargianti.
C’era albus, gru stabile e salda.
C’erano gli Squali, i colombi, da sempre, della mia città.
C’erano Pigna, Noce e Labella, oche ubriache dalle zampe claudicanti.
C’erano i Jassies, stormi di storni di Roma e dintorni.
C’era Az, gufo della notte.
C’era mia sorella col suo moroso, gallina e gallo nello starsi vicino.
C’era Maurino, passero solitario, e Claudietto, pinguino piacione.
C’erano le matricole, gli infiltrati, gli invitati, gli imbucati, gli sconosciuti, le conoscenze, le sorprese, gli abbracci: una voliera di piumati con le ali ben aperte per chissà quale cielo.

Ho festeggiato così il mio compleanno, con la voracità del megalomane, e la smania del sognatore.
L’ho fatta grossa, e mi sono divertito.

Non è bastata una boccata d’aria che la mia testa si era poi, di nuovo, immersa nel convenire che insieme è meglio.
Allora il pre-vigilia: a casa di tutti, e poi a casa di lui.
La vigilia, sempre da loro, con una nuova notte, molto più corta del solito.
Il Natale, in potenza, come sempre.
Santo Stefano, lungo e stanco.
E poi il lavoro, perché “che fai a Capodanno?”
“Non lo so, perché?”, io ingenuo e beffardo.
“Vuoi venire a lavorare nell’organizzazione del Capodanno di Torino?
“Sì.”, deciso e contento di non dover, invece, organizzare il mio di Capodanno.
Così turni indecenti, la caffeina nonostante l’illusione di un fioretto, la cacca nella suite del sindaco (questo è un segreto 🤫), perché quando scappa non c’è cravatta che tenga, il prefetto che mi sequestra il gin come il bulletto al parco quando il pallone era il suo. Abbiamo pure sbagliato il countdown. Davvero: abbiamo pure ciccato il countdown.
Forse l’evento peggiore a cui abbia partecipato come organizzatore.
Forse quello più, inspiegabilmente, divertente.

Il 2025 che se ne va senza manco salutare.
E il ’26 che ancora fatico a nominare.
“A me sembra di essere nel 2021!”, faccio ad A. sotto le coperte dell’ennesima zanchetta, prima di metterci a dormire.
Poi il silenzio.
Gli abbracci.
E i respiri che allungandosi, svaniscono.
“Ho spaccato il mento a mio padre!”, mi sveglio di soprassalto.
“Ssshhhh”, si sveglia A, e si addormenta A.
Mi chiudo stringendolo forte a me, ancora scosso dalla realizzazione del complesso edipico.

Ho ucciso mio padre in sogno.
Senza toccarlo.
Schivando il suo tentativo di afferrarmi violento e predatore.
Io mi sposto.
E lui cade, di faccia, col mento che spacca la terra.
E il suo volto, spento.
Spaventosamente,
tremendamente,
spento.


Domani è Luna Piena, e spero che quelle parole rapite dal mondo, tornino qui, nel luogo dove sono state create.

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