SEMPRE&COMUNQUE

por | Mar 11, 2026 | Marzo 2026

Mi rimetto a scrivere come se ancora sapessi come si fa.
Lo faccio dopo un messaggio pervenutomi dal Marocco, in sella al selvaggio web.

“Oh ma l’ultimo articolo risale quasi a un mese fa? Che facciamo qua?”

Già, che facciamo?

Il lavoro si sta pigliando tutto. Proprio come nelle vite degli altri. Proprio come nelle vite che giudicavo con indignazione. Io ho avuto solo il merito (riconosciuto talento, il mio) di arrivarci in ritardo, come quasi sempre. Scrivo mail, prendo appunti, annoto una to do list dopo l’altra… ma la scrittura amica, quella sana, quella figlia del silenzio, della noia e della creatività: beh quella sembra essersi nascosta ben bene, lontana dal mostro della produttività.

Produttività è un post it attaccato al sughero che tengo sul tavolo.
Ed è l’etichetta sgualcita e irreverente cucitami addosso da A.
Produttività è la matrigna di Biancaneve che, travestendosi da strega, mi sta offrendo la mela avvelenata del denaro e della realizzazione professionale. Come se organizzare eventi fosse stata l’ambizione repressa dal fuoco di un bimbo color sagittario. E se poi perdo i capelli?, mi chiedo evitando le bici in sella ad una buca, mentre penso a quando, distrattamente, devo aver fatto swipe up con lo stress. Manco un aperitivo che eccoci, accrocchiati nello stesso letto a fare a botte per appropriarsi dei sogni dell’altro.

Da quando il lavoro mi riempie il conto in banca di stress, la notte sogno la morte.
Ho capito il nesso: niente stelle, astri, cartomanzia, lune piene… persino le spiegazioni si stanno facendo noiose e prevedibili: è lo stress che bussa alla porta delle mie mattine stanche:
– A Franca piovono meteoriti sulla casa vetrata in cui vive.
– Mio padre mi picchia, mio padre mi violenta.
– Uccido mio padre spaccandogli il mento.
– Peppa mi manda in montagna dove tre lupi sono pronti a sbranarmi.
– La testa di un mio amico viene smaciullata in una gabbia di ferro.
– Mentre scio, bare di giovani travolti da una valanga vengono trascinate da motoslitte dei vigili del fuoco.
Un elenco putrido e nauseabondo di inutili spiegazioni.

Come ci sono finito qui?
“Non ha senso”, mi dico, “non ha senso che te lo chiedi. Ormai ci sei. Stacci e poi vedi.”
E con una pacca sulla spalla mi accorgo che non è tutto male quello che accade. Non sarà il lavoro della mia vita, ma mi permette di mettermi da parte dei soldi per poter finalmente scegliere che tipo di futuro desidero. Perché certo, era bello viaggiare homeless and jobless: ma quelli erano di scoperta. Ora, che i tempi di scoperta si fanno radi e puntuali nel manifestarsi in intervalli di tempo scanditi dallo sfarzo della precisione, non ho più voglia del nuovo sempre&comunque. Ora, ciò che mi muove è la scelta. C’è un imbarazzo quasi erotico nello scoprirsi capace di scegliere. C’è un sadico piacere nel poter osservare l’istinto che si sgonfia sotto i colpi violenti della presa di posizione. Fuga, rimorso, conflitto, tradimento… tutte pratiche viste e riviste di un ego dominante e capriccioso. Ora fermati, indomito ribelle. Accetta, impara e scruta, nell’attesa calma e saggia, del prossimo orizzonte.

C’è una consapevolezza che, ogni mattina, mi ripete: non sarà per sempre.
Ed è quella stessa consapevolezza che mi riempie l’immaginazione del verde dei campi e del sole che riscalda.

Forse non scrivo più perché sono semplicemente stanco.
Anche se mi era piaciuto quel tizio alla radio che, parlando del nuovo film di Checco Zalone e del nuovo album di Caparezza, aveva detto: “loro escono solo quando hanno qualcosa da dire.”


Ringrazio il Marocco per essermi stato così vicino nonostante un mare pieno zeppo di dialetti a dividerci.

Mi sono divertito ad incastrare gli aggettivi con la libido del cleptomane quando vede brillare la luce del diamante. Perché le parole troveranno sempre il modo per porgermi la CARTA DEGLI IMPREVISTI: VAI DRITTO IN PRIGIONE E RIPOSA. ALMENO PER UN TURNO, RIPOSA.

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