“La vedi quella cresta? È lì che devi andare. Prendi la macchina e raggiungi la montagna prima che si faccia notte.”
Tra i miei ricordi non v’era più alcun resto del come fossi finito in India.
Forse in India non c’ero mai arrivato.
Ma vedere Peppa avvolta dal sari aveva sicuramente contribuito ad offuscarmi la mente.
I tornanti erano morbidi e familiari, ma il giorno sembrava voler chiudere il turno prima del solito.
Giunto in cresta, scendo dall’auto e inizio a camminare: non sapevo esattamente dove stessi andando, ma Peppa mi aveva detto che una volta giunto là avrei capito.
Pochi minuti, o chissà forse tantissimi, e il buio s’era già fagocitato la mia ombra.
Spaventato e confuso da quel rito che sembrava non volersi compiere mai, decido di tornare alla macchina.
All’erba preferisco l’asfalto, meno onirico e più schietto.
Ho paura di essermi perso, di non ritrovare più la macchina, di venire fagocitato anch’io dalla tersa notte.
D’un tratto mi volto, aggiungendo alla paura il sospetto: prima due, poi tre, cinque, sei.
Sei occhi verdi e gialli contavano i miei passi.
Tre lupi, capisco immediatamente.
Mi sveglio.
Sudato.
Prima di venire sbranato.
Forse era quello il rito…
MI SIEDO AL TAVOLO E L’ASPETTO
Le do appuntamento al bar.
Quello dalle pareti ingiallite e con il parquet che scricchiola.
Le do appuntamento al bar, senza prendermi troppo cura dell’apparenza: indosso i pantaloni di ieri, che erano gli stessi di due giorni fa, bucati sul retro della coscia destra e umidati dalla pioggia che al mattino rifiuta di alzarsi. Sopra una maglietta, quella di babbo, oversize e con una piccola, irremovibile, macchietta. Ai piedi le Birkenstock, finalmente le Birkenstock, nonostante le Olimpiadi invernali siano appena iniziate.
Arrivato al posto concordato, disturbo la barista chiedendole di quella ventina di barattoli colmi di erbe e spezie, ignorando cosa cercassi veramente. Bancha, thé verde, Bicierin, con caffè e vaniglia, l’Avana, thé nero al rhum, Bella Torino, nocciole e karkadè… “qualcosa alla liquirizia?”, sferzo a partita finita.
“Forse l’Aria di montagna”, e sparisce dietro il bancone per annusarne il barattolo, “no, mi spiace.”
“Vai, va bene quello lì rosso”, indicando uno dei tanti barattoli che le avevo fatto prendere dallo scaffale.
Mi siedo al tavolo e l’aspetto.
La porta del bar si apre, mossa da una miriade di mani diverse.
Mani che afferrano calici di vini rossi e Campari come se fosse davvero domenica, e il grigio di una silenziosa Torino non avesse fatto effetto sugli umori della gente.
“Quiero una buena vibra para este domingo”, avevo scritto a Maikol, confidando nelle buone e nelle cattive intenzioni, ancora sotto effetto dei sanatori om. E tra le fusa e la malinconia, fu proprio l’appuntamento a farmi rinsavire dal torpore delle coperte.
Seduto al tavolo, impercettibilmente troppo alto per poter essere definito comodo, la aspetto, iniziando a sospettare che non arriverà mai. Premedito la fuga: non ho più niente da dire neppure a me stesso.
La pancia ribolle.
Gli occhi stanchi si portano via pure la mente.
Dal petto sibila un sospiro lento e silenzioso.
Perché c’è sempre quello che non hai?, mi domando pensando a lei, e alle tre ragazzine sorridenti attraversare la vetrina.
Sono circondato di libri.
Di infusi.
Di torte.
Di persone quiete come Torino sotto la pioggia sottile.
Eppure lei…
Forse mi ha visto entrare, e disgustata dallo strappo sul retro della coscia destra, ha preferito dare un altro volto alla sua domenica. E arresomi al tempo presente, già mi proietto nell’altrove: e adesso? le riscrivo? e se poi passo per pesante? forse dovrei accettare la realtà e passare oltre… si incuneano i pensieri, giocando a tiro alla fune con una sola verità. Lì lì per accettare il verdetto, incalzo: è che la frequenza abbatte le aspettative; e l’idea di non vederla più la vestirebbe di un abito non più soltanto suo.
È andata.
Lei non verrà.
Ed io…
io non so più se ci siamo dati davvero un appuntamento.





