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	<title>Febbraio 2024 | A very normal guy</title>
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	<title>Febbraio 2024 | A very normal guy</title>
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		<title>DI VETTE E VALLI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jacopo.masi]]></dc:creator>
		<pubdate>Sun, 25 Feb 2024 16:28:42 +0000</pubdate>
				<category><![CDATA[Febbraio 2024]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;La vita non è così difficile, se ci pensi bene.&#8221;Simona, tra i 23 e i 25 anni, di Villafranca d&#8217;Asti. Compagna di classe dal gusto retrò, si può dire retrò?, che quel giorno aveva arrossato le guance in segno di indignazione nei confronti di un risultato d&#8217;esame un po&#8217; zoppicante. Già sapevo come sarebbe andata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="wp-block-paragraph">&#8220;La vita non è così difficile, se ci pensi bene.&#8221;<br>Simona, tra i 23 e i 25 anni, di Villafranca d&#8217;Asti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Compagna di classe dal gusto retrò, <em>si può dire retrò?, </em>che quel giorno aveva arrossato le guance in segno di indignazione nei confronti di un risultato d&#8217;esame un po&#8217; zoppicante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Già sapevo come sarebbe andata a finire: ormai mi conosco, ci sguazzo nell&#8217;approfondimento dei disagi altrui. </p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Con chi ce l&#8217;hai?&#8221;, mentre, seduti vicini in pausa pranzo, volevo che provasse a ricostruire il suo stato d&#8217;animo. L&#8217;avevo interrotta, tagliata, forse ferita, proprio mentre la sentivo sbrodolarsi in quel suo dispiacere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>No Simona, non così! Non staremo qua ad ascoltarti mentre ti crogioli nelle tue lamentele. Oggi ti va male, oggi siamo seduti vicino, oggi andremo dentro, dietro, oltre.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Lei in silenzio solo per un istante: &#8220;Non ce l&#8217;ho con me stessa!&#8221;, esordio interessante, &#8220;no, io penso di aver fatto tutto abbastanza bene.&#8221;, <em>cazzo, impettita la miss</em>. La guardavo provando a dirle &#8220;vai avanti, continua&#8221;, mentre lei giocava su tre tavoli: quello esterno del racconto, quello interno dell&#8217;ascolto, e quello laterale del giudizio. </p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-color has-link-color wp-elements-2" style="color:#12b315">Quando hai scelto di essere prigioniero?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">E mentre mi sforzo di ricordare le parole di Simona, mentre scrivo, mentre ascolto Calcutta, mentre un paio di Campai si godono il loro biglietto del Luna Park del mio corpo; mentre tutte queste cose accadono, sento la mia mano contrarsi per lo sforzo di rincorrere con la penna un fiume di parole troppo, troppo veloci. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi viene in mente Johnny Depp, in <em>Paura e delirio a Las Vegas</em>: è la seconda volta qui, nella cucina del ristorante. Alzo lo sguardo e capisco il perché: <em>Van Life, </em>la playlist di Spotify in loop in sala, con la copertina a raccontare di un&#8217;automobile su una deserta strada americana. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È una settimana di vette e valli, di una notte da 9 ore di sonno seguita da una da 4, e sicché la proprietà commutativa ancora non ha conosciuto le funzioni fisiologiche del corpo umano, fottiti Jacopo, ti sveglierai stanco, e zitto! Hai voglia a sentirti in colpa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Puntini puntini: scrittura interrotta dalla prima di una lunga serie di comande. Riprendo il filo solo la sera dopo, quando distrutto mi ficco sotto le coperte esattamente alle 21:10 di un sabato di Luna Piena. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È stata miss Mancinelli a ricordarmelo, e non poteva che farlo parlandomi del suo sogno: ora un inciampo meno lontano. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Febbraio fatica a terminare e lo dico solo perché conosco esattamente quando numero e giorno si incontrano. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 27 è un martedì: primo appuntamento del corso di &#8220;avvicinamento al vino.<br>Il 29 un giovedì: giorno senza programmazione di <em>Povere creature</em> al cinema: proprio quando avevo il pomeriggio libero, proprio quando mi ero messo in testa di prendermi un impegno. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei prossimi giorni ho già preso appuntamento con Alberto, Lorenza, Cri e Marylin. Sono rimasto vago nel quando e dove, e se fossi chiunque altro scommetterei un <em>penny </em>sul 100% di flop. Non vedrò nessuno di loro: è molto probabile. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Come una trottola mi arrovello su me stesso quando lo spiraglio di un po&#8217; di tempo libero si fa largo fra una vita che non sapevo di essere in grado di scegliere: e mo&#8217; cosa faccio? È domenica, stasera non lavoro, sono abbastanza riposato.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Piccola rappresentazione di ciò che succede tra mia testa e la gola:<br>&#8211; <em>vai a casa, riposati, leggi, scrivi, goditi un po&#8217; di pace. magari ti accendi un bel film&#8230;</em><br>&#8211; <em>film? chi ha detto film? perché non vai al cinema a guardarti sto benedetto Povere creature? dai, poi non lo daranno più e lo sai anche tu che verrai divorato dai sensi di colpa!</em><br>&#8211; <em>aspettate un attimo: hai il pomeriggio libero, è domenica, esci da lavoro alle 15:46 con un tiepido sole e tu che fai? te ne torni a casa? o peggio, ti chiudi in un cinema? ma prendi sto telefono e senti i tuoi amici! vatti a fare un birrino, poi due, poi alzati, piscia, e fai quella domanda che sai, sai benissimo, non dovevi fare: &#8220;altro giro?&#8221;. Cazzo Jacopo, sei un coglione.<br>&#8211; wait, wait, wait&#8230; oggi hai degustazione no? allora fai una cosa: vai a casa, ti fai una bella doccia, ti rilassi, poi prendi esci, vai a degustare e stasera, come da accordi presi giovedì scorso, ti vedi con Marylin a Lo Sbarco.<br>&#8211; ma io vorrei dormireeeee. non vorrei iniziare la settimana stanco. poi domani ho la sveglia alle 6:30, ché devo fare sport, altrimenti quando lo faccio?<br>&#8211; è ovvio! scegli sempre te stesso! non esci la sera che al mattino devi fare sport, non bevi un birrino che poi metti sù la &#8220;pancetta&#8221;, niente gelato che devi rientrare a casa a scrivere il tuo solito articolo settimanale. ma come fai? quando hai scelto di essere prigioniero?</em></p>]]></content:encoded>
					
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		<title>SONO ANDATO NEL MUGELLO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jacopo.masi]]></dc:creator>
		<pubdate>Tue, 20 Feb 2024 08:23:28 +0000</pubdate>
				<category><![CDATA[Febbraio 2024]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Come stai?&#8221;&#8220;Piano piano&#8221;, le parole di El Mehdi, il signore che vende penne e fazzoletti davanti alla scuola, con il quale ogni giorno sono ben contento di scambiare due chiacchiere, e talvolta un abbraccio. &#8220;Piano piano&#8221;, e ogni volta ripenso a questa strana risposta.Forse perché le ore passano lente seduti al bordo della strada, eppure [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Come stai?&#8221;<br>&#8220;Piano piano&#8221;, le parole di El Mehdi, il signore che vende penne e fazzoletti davanti alla scuola, con il quale ogni giorno sono ben contento di scambiare due chiacchiere, e talvolta un abbraccio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Piano piano&#8221;, e ogni volta ripenso a questa strana risposta.<br>Forse perché le ore passano lente seduti al bordo della strada, eppure un &#8220;bene&#8221; sarebbe molto più semplice, banale sì, ma semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non c&#8217;è mattina in cui El Mehdi non lo dica, talvolta ringraziandomi così, senza un apparente motivo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Io ancora non lo so il perché di quel <em>&#8220;piano piano&#8221;</em>, ma sono sicuro che un giorno sarò io a ringraziare lui. </p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-color has-link-color wp-elements-4" style="color:#12b315">Senza ponte</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sono andato nel Mugello. Andato e tornato in fretta e furia. Avevo colto al balzo la gita di classe (nostalgica retorica) al Taste di Firenze, per prendermi un paio di giorni da lavoro e anticipare la partenza. Era quasi tutto programmato, per una volta: sarei partito sabato mattina col treno delle 8.30, un paio di giorni col solito vecchio La Julienne, e lunedì ritrovo con la scuola a Firenze, per la fiera e il ritorno in pompa magna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;L&#8217;uscita a Firenze è annullata!&#8221;, un freddo messaggio sulla chat della scuola. <br><em>E adesso?</em><br>Già sapevo la risposta: avrei passato un giorno in più con Lag, facile. Anzi, meglio, ma ad una condizione: sul treno per Firenze Santa Maria Novella avrei studiato l&#8217;unica materia che per ora non mi aveva fatto accapponare la pelle: agronomia. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Stai crescendo Jacopo. Quasi ti organizzi i viaggi, e in più ti imponi anche di studiare. Chi sei? Cosa stai diventando?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mio non diagnosticato deficit dell&#8217;attenzione sguazzava su quel vagone pieno di gente stranamente chiacchierona per essere un sabato mattina di febbraio, ma la mia perseveranza, o qualche altra forza della quale ancora non conosco l&#8217;origine, mi aveva condotto fino alla fine delle slide: fino alla temutissimo vento e i suoi effetti sulle coltivazioni ieeeeee ????</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stazione dal nome più lungo e principesco d&#8217;Italia era lì, pronta ad accogliermi col suo cielo che solo Torino sembra non avere. Una signora che poco sapeva l&#8217;italiano si disperava per aver perso il treno per Faenza: l&#8217;ho accompagnata al binario giusto, facendo aspettare La Julienne ancora un po&#8217;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre camminavo fianco ai binari, cercavo il mio riflesso sulle vetrine degli uffici di polizia o del deposito bagagli: mi sentivo un bono, con il pile e il cappellino del mio babbo forse trent&#8217;enne. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo la discesa noto Lag in una macchina diversa. Noto Lag in una pelle diversa. Noto Lag con la stessa contentezza di sempre. Salgo, poso lo zaino, &#8220;guido io?&#8221;, scendo, ci abbracciamo, &#8220;cazzo, sei super magro!&#8221;, rimonto dal lato guidatore, &#8220;dove andiamo?&#8221;, &#8220;<em>addritto</em>&#8220;, &#8220;bello sei Lag!&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dico sempre che non mi piace visitare i posti, preferisco viverli. Non mi dice nulla infatti lo stare in una città qualche giorno a guardare tutto ciò che &#8220;si dice&#8221; abbia da offrirmi, non ho lo sguardo veloce in grado di farsi rapire dai luoghi. Anzi, forse non sono proprio i luoghi che mi rapiscono, bensì i ritmi che li animano: mi lascio attrarre dagli accenti, gli orari, i significati nascosti dietro gesti che esistono nella sola sfera <em>locale</em>, ed è per questo forse, che non sono in grado di visitare. Ho bisogno di tempo. <br>Ma c&#8217;è un gesto che, in qualche modo, sembrerebbe accelerare il processo. Un gesto che, se compiuto, mi fa sentire più cittadino che turista. Quel gesto è guidare una macchina. Il muoversi per le strade, tra le imprecazioni dei lavoratori in ritardo e i sorpassi azzardati dei genitori col Doblò carico di figli; il vedere cartelli dalle sfumature di colori diversi e semafori con i quali non si ha confidenza sui tempi; lo scoprire nomi di vie svuotate da qualsiasi aggancio a ricordi o nostalgie&#8230; tutto questo, per qualche minuto, mi ha fatto sentire meno torinese e più fiorentino. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E dopo aver fantasticato sulla mia nuova identità, di fianco a noi un bel parcheggio lung&#8217;Arno. Mi incastro, paghiamo la sosta e dritti alla trattoria <a href="https://trattorialacasalinga.it/">La Casalinga,</a> sotto consiglio del buon Landi, alias <em>Giulio-con-la-I</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tempo del pranzo è tempo di confidenze: tante quelle di Lag, così instabile nel voler capire che fare nel futuro prossimo. E tante anche quelle inconsapevoli che, sempre Lag, mi stava mettendo di fronte, semplicemente ordinando delle bruschette al pomodoro e rifiutando del vino. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Mancava un ponte. Un ponte nuovo, fino ad allora assente, ma che ormai stava diventando imprescindibile nel mio intessere relazioni: il cibo, il vino, l&#8217;enogastronomia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono mesi ormai che studio cibo, che lavoro col cibo, che riempio la quasi totalità del mio tempo libero col cibo. Partecipo a degustazioni, organizzo pranzi in famiglia, scelgo dove fare aperitivo in base alla selezione di Vermouth&#8230; sono appassionato e mi piace quando, a partire dalla stessa passione, si crea condivisione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Io e Lag però avevamo legato mediante un altro linguaggio: la nostra amicizia era figlia della vulnerabilità e il ponte che ci metteva in contatto, così solido e imperituro, aveva basamenti su parole di <em>amore, sentimenti, e dolore. </em>Entrambi appena lasciati dalle rispettive ragazze, avevamo trovato nell&#8217;altro un compagno con il quale parlare la stessa lingua. Così in quella trattoria, con la curiosità negli occhi di chi, in errore, si aspettava di assaggiare, commentare, scoprire ricette e segreti dell&#8217;impareggiabile cucina toscana, io, Jacopo, capii che dall&#8217;altra parte del ponte non ci sarebbe stato nessuno, ma che soprattutto, andava benissimo così. </p>]]></content:encoded>
					
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		<title>NON SEI UN ALBERO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jacopo.masi]]></dc:creator>
		<pubdate>Sun, 11 Feb 2024 19:34:21 +0000</pubdate>
				<category><![CDATA[Febbraio 2024]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Tu non sei un albero! Non sei un albero!&#8220;, mi ripeteva il prete del barrio dove vivevo. Cazzo, non sono un albero. Se non mi piace me ne vado. Ho sempre fatto così: sono sempre &#8220;stato&#8221; e me ne sono sempre andato. Adesso, però, mi sento solo. Forse sarei dovuto restare una volta in più&#8230; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;Tu non sei un albero! Non sei un albero!</em>&#8220;, mi ripeteva il prete del <em>barrio </em>dove vivevo.  Cazzo, non sono un albero. Se non mi piace me ne vado. Ho sempre fatto così: sono sempre &#8220;stato&#8221; e me ne sono sempre andato. Adesso, però, mi sento solo. Forse sarei dovuto restare una volta in più&#8230; ma io non sono un albero.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E si interrompeva Cristian in quel suo raccontarsi trattenuto. Lo sapeva anche lui che aveva bisogno di un tavolo, di una birra, delle parole che gli facessero da ponte tra quel suo grigio stato d&#8217;animo e un orecchio pronto ad ascoltare. Cristian lo sapeva, ma non voleva, o forse, non poteva&#8230; </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed era stanco di cambiare, stanco di non essere un albero. Quel prete aveva ragione: Cristian era un uomo, un uomo senza radici. </p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-color has-link-color wp-elements-6" style="color:#12b315">Manco fosse domenica mattina</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sono sotto le solite coperte di un letto non mio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;Come fa a piegare così tanto la caviglia?&#8221;</em>, mi domando mentre osservo quell&#8217;angolo così innaturale nascondersi all&#8217;ombra della sedia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Studia con la schiena china sulla scrivania in legno imbarcata da chissà quanti sogni di studenti e studentesse passate da questa stanza. Nelle orecchie musica Lo-Fi, <em>&#8220;perché ovatta&#8221;</em>, mi aveva detto una sera attraversando corso Regina Margherita. Se sforzo ancora un po&#8217; lo sguardo riesco ad intravedere lo screensaver del suo portatile. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto sa di passato in questa camera: la scrivania imbarcata, la parola &#8220;screensaver&#8221;, le porte bianche in legno sottile, i pavimenti piastrellati ad alveare, io che scrivo sotto le coperte, bianche anch&#8217;esse, manco fosse domenica mattina, manco fossi a Monteverde. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Delle piante, tre, stabiliscono i confini della parete a me di fronte: finalmente non c&#8217;è il rischio che mi perda altrove. Il mio sguardo può solamente approfondire. Da una parte la finestra, e lì sì che mi ci potrei buttare a capofitto, raccontando del mercato di Porta Palazzo che sta ormai per tramontare, o di quel palazzo di fronte tanto curato, tanto gentile, da poter essere un palazzo qualsiasi di una qualsiasi località di mare. Da una parte la finestra, sì, e dall&#8217;altra A., che coi nomi voglio andarci cauto, e poi e un artificio di retorica quello di creare <em>suspense</em> attraverso il <em>non detto</em>, no?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa piccola porzione di parete, racchiusa dalle piante in numero di tre, gioca con maestria alla violenza degli opposti: gli spazi sono divisi equamente e prospetticamente distanti. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Come faccio a descrivere ciò che vedo senza ricorrere all&#8217;astratto?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">La luce, la finestra, il vuoto, la trasparenza che mi spinge oltre, a mettere la testa fuori a mischiare la mia con quella di altre centinaia di vite. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;immobilismo, il muro, la scrivania che mi viene incontro e A. che ne prolunga la tensione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Due movimenti opposti. <br>Due espedienti narrativi, fino ad ora innocenti, per me che manco fosse domenica mattina, manco fossi a Monteverde, me ne sto sotto le coperte bianche, banalmente a scriverle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse ho già scelto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> </p>]]></content:encoded>
					
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