{"id":1367,"date":"2025-02-24T19:00:58","date_gmt":"2025-02-24T18:00:58","guid":{"rendered":"https:\/\/averynormalguy.com\/?p=1367"},"modified":"2025-02-24T19:00:58","modified_gmt":"2025-02-24T18:00:58","slug":"spazi-pieni-spazi-vuoti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/averynormalguy.com\/fr\/2025\/02\/24\/spazi-pieni-spazi-vuoti\/","title":{"rendered":"SPAZI PIENI. SPAZI VUOTI."},"content":{"rendered":"<p>&#8220;Raccontami dei tuoi sussidiari di quando eri piccola. Te li ricordi? Gli Abc, e quella parola che suggestionava fantasie: <em>&#8220;l&#8217;abecedario.&#8221;<\/em> Raccontami del gatto e la volpe, prima cartoni animati, poi parole cantate con l&#8217;ebbrezza di una cartolina spedita dal lungomare di Senigallia. Com&#8217;erano belle le estati delle pinete e dei gelati confezionati. Tu che giocavi con la sabbia, ed io che quasi la fuggivo, come un orso attratto dal miele e spaventato dalle api. Montavamo in macchina scoprendo la notte per la prima volta: eravamo piccoli, e le notti erano ancora solo fatte per dormire o per sognare. L&#8217;odore del caff\u00e8 e il silenzio dei passi in corridoio: iniziavano cos\u00ec le nostre vacanze. Le ultime in famiglia. Ma noi questo non lo sapevamo, non potevamo saperlo. Stuoie, picchetti, ombreggianti, tiranti, citronella&#8230; parole che, come funghi, rispuntavano dal nulla facendo a spallate nella memoria per un paio di settimane. I sorrisi erano spudoratamente innocenti e le amicizie si facevano ancora giocando. Te lo ricordi? Dopo pranzo andavamo ai bagni a pulire i piatti e le pentole, facendo attenzione a non farci scoprire mentre, di nascosto, ci facevamo i gavettoni. Erano gli ultimi minuti prima dell&#8217;ora del silenzio: gli ultimi istanti per poter ancora giocare senza il timore di essere rimproverati. <\/p>\n\n\n\n<p>[&#8230;]<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, senza che ti dicessi niente, ho iniziato a giocare a nascondino da solo. E anche quando, per sbaglio, mi trovavi, io continuavo a nascondermi.&#8221;<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">HO UNA SORELLA<\/h2>\n\n\n\n<p>Apro la nota del telefono e inizio l&#8217;elenco puntato delle mie scadenze:<\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li>che fare dopo?<\/li>\n\n\n\n<li>dove vivere?<\/li>\n\n\n\n<li>inventarsi un lavoro<\/li>\n\n\n\n<li>cambiare stanza<\/li>\n\n\n\n<li>chiedere a Gobi che vuole fare per il suo compleanno<\/li>\n\n\n\n<li>organizzare la visita dei nuovi aspiranti coinquilini<\/li>\n\n\n\n<li>pensare alla tesi <\/li>\n\n\n\n<li>pensarci sul serio (alla tesi)<\/li>\n\n\n\n<li>e magari pure iniziare a scriverla (la tesi)<\/li>\n\n\n\n<li>Barcellona questo weekend?<\/li>\n\n\n\n<li>occhio ai soldi, Jacopo<\/li>\n\n\n\n<li>ritornare ai giusti livelli di serotonina<\/li>\n\n\n\n<li>acchittare l&#8217;evento vino + musica<\/li>\n\n\n\n<li>fissare con la psicologa<\/li>\n\n\n\n<li>stanza a Bologna<\/li>\n\n\n\n<li>dolore al petto<\/li>\n\n\n\n<li>&#8230;<\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p>Centrifugato da una primaverile realt\u00e0, faccio fatica a fissare dei punti a partire dai quali iniziare a costruire. Mi lascio andare e godo dell&#8217;estemporaneit\u00e0 di un flusso d&#8217;acqua che non \u00e8 mai uguale a s\u00e9 stesso. <\/p>\n\n\n\n<p>Questa settimana ho scritto a Elia che la <em>trasformazione<\/em> si sta portando via anche le definizioni di cosa \u00e8 bene e cosa \u00e8 male. Poco prima ero stato colpito da un improvviso attacco d&#8217;ansia che ho pensato di affrontare mettendomi a dormire. <br>&#8220;\u00e8 un messaggio che il tuo corpo ti manda per chiederti a gran voce &#8216;jaco fermati, davvero: ho bisogno di te, ascoltami&#8217; &#8220;, le sue parole di fronte alla mia onesta richiesta di aiuto. <br>E nonostante fosse venerd\u00ec sera e la FOMO continuasse a propormi allettanti promesse per la serata, sentivo di essermi convinto che quelle parole le avrei ascoltate: <em>finisci di lavorare e vai a casa Jacopo<\/em>, mi sussurravo con amorevole compassione. <br>Uscito dalla sala degustazione, ero riuscito nell&#8217;impresa di ignorare il telefono, allineando il manubrio della bicicletta dritto verso casa. L&#8217;ansia di quel pomeriggio mi aveva spaventato ed Elia aveva ragione nel suggerirmi di non dimenticarmi del corpo.<br>Intanto uno sconosciuto dolore al petto aveva fatto irruzione nei miei movimenti pi\u00f9 spontanei. Passa un giorno, ne passano due, ne passano tre&#8230; ma dallo sterno nessun segnale di miglioramento, anzi: la crescente irruzione di chi si sente investito dal vento della novit\u00e0.<br>Silenzioso e solitario mi ero quindi diretto verso casa: 2 metri. 2 metri che equivalgono forse un quarto di pedalata. Lo spazio sufficiente per girare l&#8217;angolo e incrociare lo sguardo di Adam, un ragazzo texano che quella sera aveva organizzato l&#8217;apertura di una serie di eventi. <br>&#8220;Hey man&#8221;, con quell&#8217;accento goloso di consonanti, &#8220;what&#8217;s up? Are you joining us tonight?&#8221;<\/p>\n\n\n\n<p>Infilo la chiave nella toppa che sono gi\u00e0 passate le 3 di notte, e beffardamente sorrido, ripensando alla debolezza delle mie intenzioni. <\/p>\n\n\n\n<p>Per fortuna, o per necessit\u00e0, riesco a dormire fino alle 11:30: <em>conditio sine qua non<\/em> per poter affrontare un lungo, lunghissimo sabato. Cucino pranzo per i coinquilini i quali ,riempiendomi di complimenti, mi fanno credere di saper cucinare per davvero. Ormai gallo, monto in bicicletta e vado a fare aperitivo al <em>Labrador <\/em>(il mio bar buttato del cuore) con Labe e Angela, la sua morosa: probabilmente gli unici a mantenere la promessa di venire a trovarmi qui in Spagna. Un <em>tercio, <\/em>come ormai ho imparato a chiamarlo, e un piattino di <em>jam\u00f2n y queso.<\/em> <br>Appena inizia a piovere ci salutiamo: un&#8217;altra festa era gi\u00e0 cominciata, ed io ero di quel ritardo corretto da non apparire irrispettoso. <br>Alle 7:30 del mattino esco dalla discoteca che il buio era ormai affar del passato.<br>Non mi sento stanco, perci\u00f2 stoico inizio a fare piani per la giornata: il campionato di <em>bike polo<\/em>, super <em>l&#8217;afterparty<\/em> a nord di Valencia, ma la pioggia battente e le scarpe inadatte avevano scritto a caratteri cubitali: &#8220;vai a casa Jacopo&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre mi perdo tra la vie di una Valencia chiusa per l&#8217;accozzaglia di una serie di eventi (competizione podistica, <em>las fallas, <\/em>partita del Levante, MuVi festival&#8230;), mi accorgo che mi manca mia sorella. Che mi manca esserle fratello. Che v&#8217;\u00e8 assenza di quel tempo durante il quale eravamo due bambini complici che, quando i nostri genitori ci portavano in vacanza in campeggio, si facevano i gavettoni, attenti a non farsi scoprire. <\/p>\n\n\n\n<p>Ho un lungo elenco puntato nella testa.<br>Ho tanto spazio libero nel cuore.  <\/p>\n\n\n\n<p>????<br><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Raccontami dei tuoi sussidiari di quando eri piccola. Te li ricordi? Gli Abc, e quella parola che suggestionava fantasie: &#8220;l&#8217;abecedario.&#8221; Raccontami del gatto e la volpe, prima cartoni animati, poi parole cantate con l&#8217;ebbrezza di una cartolina spedita dal lungomare di Senigallia. Com&#8217;erano belle le estati delle pinete e dei gelati confezionati. 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