Giorno meno 2 senza caffeina.
Crepo il silenzio con la lama affilata del ghigno.
Ghigno: risata abbozzata. Smorzata. Orfana della pancia. Strozzata tra la gola e le narici, nasce come sbuffo e muore come sibilo. Il ghigno è il pensiero manifesto. È l’incontinenza di una perversione. Il ghigno è l’ammissione di colpevolezza di un reato commesso nel solo spazio dell’immaginifico. È il serial killer che lascia di proposito il dettaglio di una prova che lo incastra. Colui, o colei, che ghigna ama che gli vengano fatte domande, dalle quali poi, tenta di divincolarsi con falsa disinvoltura.
Crepo il silenzio con la lama affilata del ghigno.
Ghigno.
Innesco una spasmodica reazione: il mio interlocutore si desta dal suo mini_mondo fanta_creato dal connubio tra cannabis e pensieri intrusivi. Il flusso è ormai diga, morto e sepolto dallo sbuffo: omicida di silenzio. Il ghigno uccide e la morte, si sa, cinica com’è, non concede diritto di replica. Il silenzio non esiste più, e se esiste sarà nuovo e diverso da quello precedente.
Tu quoque, Brute, fili mi!
Il silenzio ormai crepato, evapora tra i fumi confusi dei Pink Floyd.
Cazzo.
Cazzo. Come si chiama quel pezzo?!
Aaaaah
È di The Dark Side of the Moon, sicuro!
Aaaaa memoria del cazzo.
Ho deciso che inizierò a prendermi cura della mia memoria.
L’ho deciso a pranzo dai miei, un paio di settimane fa con mia mamma che, seduta di fronte a me, stentava a ricordarsi qualcosa, mia sorella di fianco che lamentava una scarsa capacità mnemonica, mia nonna ormai colpita da demenza senile, e io, che da anni gioco la parte del “rimasto”, ma che per la prima volta ho messo insieme i pezzi: e se fosse congenita? Se ci fosse una bastarda predisposizione alla dimenticanza?
Non ci sto.
Anzi prima mi spavento.
Poi mi preoccupo.
Poi reagisco.
Non ci sto.
La mia memoria è pessima, scarsa, assente, ma nulla mi vieta di allenarla.
Meno zanchette, Jacopo.
Più noci.
Meno telefono, Jacopo.
Più immagini visive all’interno delle quali incastrare nozioni base, come vie, nomi e canzoni.
Meno autocommiserazione, Jacopo.
Più disciplina, interiore e spirituale.
Farò microdosing di lion’s mane, mi dico. E lo dico ad Afrodite che, amazzone, verrà in guerra con me.
Intanto prolungo l’astinenza dalla caffeina.
Arrivo al giorno 6 senza caffeina, senza né sforzi né fatiche.
“Ma perché?”, mi fa mia sorella, ormai abituata ai capricci attraverso i quali mi illudo di poter elevare la mia anima.
“Perchè devo tenermi sotto controllo”, rifiutando lo strudel di mele comprato da babbo in panetteria, “oggi niente alcol, niente caffè, niente zuccheri… sennò qua…”
“Niente droghe”, babbo, inaspettatamente babbo.
“Ma smettila”, la mamon, chissà forse maternamente preoccupata.
Sorrido come chi sa di essere stato beccato con le mani nella marmellata: “no no, devo, altrimenti mi faccio prendere dalle cose. Ho bisogno, ogni tanto, di tirare le briglie. Ieri mi sono mangiato due fette di torta, l’altro giorno un gelato… poi bevo, fumo (nessun cenno alle droghe, credo)… insomma cose ne faccio. Ci sono dei momenti durante i quali la testa deve prendere il controllo e dire “hey man, calm down!”.
Soffia mia sorella, e non ghigna: “sì, ma perché il caffè?”
“Perché la mia è una dipendenza psicologica, è un legame contestuale. Bevo il caffè o prima di studiare o prima di fare sport, e così cosa succede? Che il mio corpo lo impara, e senza caffeina non si concentra più o non mi dà più energie. È questo che voglio evitare: di rendere il mio corpo dipendente da un intruglio contestuale. Proprio come il bere quando esco con gli amici, o il fumare dopo il sesso… tutte ripetizioni meccaniche di dinamiche tossiche.”
“Bah”, mia sorella.
“Bah”, babbo.
“Bah”, la mamon.
Adoro la rassegnata approvazione della mia famiglia.
Mi alzo da tavola convinto di aver preso l’ennesima discutibile decisione. E ripensando al ghigno, mi ritrovo nella solita caffetteria a sorseggiare orzo filtrato: dopo l’ultimo, legnoso sorso, il numero 17. La caffeomanzia dice che il numero che compare indica fra quanti giorni succederà qualcosa di importante… Se la mia memoria non mi tradirà, il 28 dicembre avrà gli occhi puntati addosso.
CON LA LAMA AFFILATA DEL GHIGNO
Crepo il silenzio con la lama affilata del ghigno.
“Che?”, mi fa A. ormai abituato ad un certo intercalare.
Un tempo teatrale, di attesa.
Un altro, di discomfort.
Poi esordisco: “ci pensi che tutto questo è dovuto agli elettroni? Ai minuscoli elettroni!”
A. guarda la mia mano coricarsi piena sul suo petto.
“Il solo contatto tra gli elettroni della mia mano e quelli del tuo petto genera energia. E questa energia, che ha una sua frequenza, si muove lungo tutte le cellule del braccio, della spalla, fino all’ipotalamo. Lì, si traduce, chissà perché in ossitocina. La frequenza che si crea tra i nostri atomi viene letta dal mio sistema endocrino come ossitocina, o dopamina, o chissà… comunque in qualcosa di positivo.”
A. fa del proprio petto una cassa di risonanza.
Io, della mia mano, un microfono pronto a captare le frequenze dei nostri elettroni.
“Io e te non contiamo un cazzo in tutto questo.” condanno in via definitiva l’epoca dell’ego.





