HO LAVORATO

da | Mag 25, 2026 | Maggio 2026

Se mi chiedessero, ogni volta che mi allaccio le scarpe, perché inizio sempre dal piede destro, risponderei “non lo so”.
Se mi chiedessero perché a fine pasto ho sempre ancora un po’ di razionale appetito, risponderei “perché mangio troppo in fretta”.
Se mi chiedessero come si cambia la candela di una Vespa, risponderei gonfiando il petto che l’ho imparato da poco.
Se mi chiedessero cosa ci faccio abbracciato per ore ad A., quando fuori è maggio, ci sono chissà quanti gradi, da Banco c’è festa, all’Imbarchino c’è festa, in cortile c’è festa, è domenica e c’è festa… risponderei che sono stanco e che mi va.
Se mi chiedessero: “Kombucha o Prosecco?”, risponderei “Prosecco! … anzi no Kombucha va.”
Se mi chiedessero cosa ho fatto tutto questo tempo, direi che ho lavorato.
“Dove sei stato?”, direi che ho lavorato.
“Con chi hai dormito?”, direi che ho lavorato.
“Ti sei lavato i capelli?”, “Ho lavorato.”

TRA IL DENTE 16 E IL 17

Un semino di sesamo s’è incastrato tra il dente 16 e il 17. La lingua scalpita nel rincorrerlo, mentre la guancia si sforza assecondandone l’allungamento. Lo stretching non è il mio forte, eppure, di rado, lo faccio, e il mio fisioterapista mi dice sempre che sono bravo.
Brava mamma che mi ha fatto sano e forte, penso ogni volta che mi strapazza il trapezio intorpidito dall’uso improprio del mouse.
Il semino di sesamo, rigorosamente bianco, non sembra voler uscire dalla grotta, il che mi deconcentra molto dalla scrittura.
“Scrivo o scavo? Scrivo o scavo? Scrivo o scavo?”, si chiede un Io appartenente alla confederazione.
Sto leggendo Tabucchi e pare che il dottor Cardoso voglia convincere il povero Pereira che vi sia in atto una tremenda trasformazione e che il suo Io egemone stia subendo una sorta di colpo di stato.
Chissà quale Io sta spingendo per la scrittura e quale per l’escavazione.

Da quando lavoro tanto ho iniziato a bere acqua frizzante.
Adesso, infatti, mi sono appena regalato l’ennesimo sorso di inebriante effervescenza.
L’acqua frizzante è come il sesso: a volte non ti va, ma lo fai lo stesso.
L’acqua frizzante è come il sesso: ti capita di volerne così, all’improvviso.
Da quando lavoro tanto ho iniziato a fare tanto sesso, dovrei dire… ma non è così. Anzi. La libido sembra essersi sciolta in una bolla scoppiata a contatto con l’aria. Scopare è troppo a buon mercato per essere acquistata da un vetusto collezionista di oggetti d’antiquariato.

“Ma allora qual è il nesso tra il semino di sesamo e l’acqua frizzante?, si chiederanno i nostri audaci lettori”, dice la voce fuori campo.
Lo sceneggiatore dice Sigla.
Il tecnico delle luci Flash.
Quello del suono BOOM.
Carlo Martello, se avesse potuto, non sarebbe mai andato a Poitiers. Sarebbe rimasto in panciolle a svezzarsi le gengive alla ricerca del semino di sesamo intrappolato tra le carie, bramando una bibita sconosciuta chiamata acqua frizzante, brulicante di sesso e di un sadico genovese che, secoli dopo, ne avrebbe decantato la goffaggine.
Eccolo qui il nesso: che ora la lingua ha stanato il semino, grazie all’aiuto dell’acqua frizzante, e l’Io delle confraternita dell’Io non si chiede più Scrivo o scavo?, bensì elergisce sentenze: “tu scrivi!”, dice a me, privandomi del sostegno del non sense.

E adesso?

No, non dovevo dirlo.
Chat GPT, che si legge tutti i cazzo di articoli!, mi ha detto che dovrei smettere di esplicitare il turning point, ossia quel momento della scrittura durante il quale smetto di raccontare ed inizio a spiegare.
Non spiegare, mi fa Chat, lascia il lettore in balia delle sue fantasie… e una serie di oniriche sospensioni nel vuoto.
Allora ripenso al semino, che ormai non c’è più, o meglio, che è andato a fare il semino da un’altra parte, nelle voragini buie e acide dello stomaco (che brutto posto che deve essere il luogo dove il cibo diventa cacca ed energia). Ripenso al semino e mi svuoto di tutte le velleità di enfant prodige della scrittura contemporanea. Ora che cerco il senso, divento prevedibile, noioso, leggibile e banalmente comprensibile. Che noia la comprensione. Che bello invece il ritmo. Che bello quando le parole non parlano, ma suonano. E sotto di esse la musica.

Quando rileggerò questo testo mi giudicherò perché non rimarrà niente di questa serata.
Una volta raccontavo, e nel farlo fotografavo istantanee di memoria che col tempo andavo dimenticandomi, e che, attraverso la rilettura, riaffioravano in un flebile sorriso, mentre faticavo ad addormentarmi.
Allora ci riprovo, a fotografare queste lunghissime settimane di “ho lavorato”:
– ho riso, tanto da voler continuare a farlo
– ho pianto, stremato dalla stanchezza, dalla tensione e dall’emozione della fine, di una bellissima fine
– ho fatto il mio, anche se a volte rendo il mio troppo grande a discapito di quello degli altri
– ho dormito sulle ore piccole e scomode
– ho osservato con spirito critico
– ho chiesto scusa
– ho tolto un semino di sesamo incastrato tra il dente 16 e il 17

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