Ci voleva la pioggia, il lunedì e l’ingresso posticipato a scuola a convincermi a farmi avanti, e chiedere a quella vecchia amica di uscire, sotto le coperte, per un caffé.
“Comfort is queen”, mi sussurra la voce di DavidJi mentre indosso la vestaglia e cambio la posizione dei cuscini.
Gli uccellini gridano dall’altro lato delle finestre a doppio vetro anti-rumore e anti-primavera. E una Magnolia si affaccia curiosa dal cortile dei vicini.
Scrivo sempre dal solito monolocale piano terra affacciato a ovest, ottimo per le estati, meno per tutto il resto dell’anno.
L’attenzione per i particolari deve essermi stata recapitata dallo spezzone di Perfect Days, trasmesso colpevolmente in prima serata la scorsa settimana dai Rai3, ignorando che il mondo reale ha ormai una soglia dell’attenzione inversamente proporzionale al desiderio di andare a letto presto (eccomi, io sono il mondo reale).
L’attenzione per i particolari deve essermi stata recapitata questo weekend a bordo della solita macchina camperizzata, con a fianco A. e tutto intorno La Mia Liguria che, come il mio monolocale, vive di un momento preciso di beatitudine: la primavera, e la grazia dei verdissimi alberi che si tuffano a mare senza dover sgomitare tra i torinesi colonizzatori occidentali.
LE CHICCHE
Le chicche sono degli anchor point che segnano i momenti attorno ai quali gravitano gli svolgimenti delle storie. La chicca è tutto fuorché il necessario: anzi chicca è proprio quel di più che sarebbe offensivo definire superfluo.
La chicca è la risposta artistica all’età della tecnica.
La risposta angelica all’età dei tutorial.
La risposta umana, personalissimamente umana, all’età del confronto.
Ci sono momenti che ci definiscono nella loro pienezza, molto meglio di tantissime elucubrazioni. È come l’odore delle case dei nonni: un afflato che rimarrà eterno, scandito nel marmo di chissà quale universo.
Ho sempre amato la pioggia perché “riempie lo spazio tra me e l’altrove”, ero solito dire.
La pioggia fa udito. Fa vista. Fa tatto.
La pioggia fa olfatto, quando in campagna, i fili d’erba si beano di una doccia rigenerante.
Ho sempre amato la pioggia per il suo essere ipnotica e prigione.
Oggi mi sono svegliato polemico. Il meteo dice pioggia: niente trazioni stasera, penso.
In bici il vento è contro. O sono io che sono semplicemente stanco da tutto questo affollarsi di chilometri: chilometri di corsa, al mattino all’alba, per allenare un’improvvisata mezza maratona; chilometri la notte, con la testa dormiente e il corpo che balla; chilometri nel cranio che, come un aquilone, si lascia trasportare dalle correnti anche quando l’intenzione meditativa è quella di stare, semplicemente stare.
Mi sono svegliato polemico.
Ieri ho perso a padel.
E chissene frega.
Chissene frega del padel.
Perché davvero: magari fosse “chissene frega”.
Invece no: il mondo, anche quello più vicino ci tiene, come mosso da una spasmodica convulsione, a dire la sua su quello che non sa, che non conosce, che non vede… su quello che non è. Ed è per questo forse che è ancora più tagliente nel farlo.
Il padel è da pariolini (o pereta, o impiegato in polo… o mettici tutti gli aggettivi che vuoi, tanto si sprecano sulla bocca di chi ne abusa). Allora sempre in bici, penso: il padel no, il calcio? figurati. La corsa? Mainstream….
Rido.
Anzi no, ghigno.
Nervoso.
E stringo le mascelle tra i denti, trasformandomi in famelico licantropo a secco di Luna che mi aiuti a sfogare la mia sopita bestialità.
Il padel è da pariolini.
Il calcio è machista, corrotto, violento.
La corsa è da chi si rifiuta di non essere più giovane.
Il nuoto inquina.
Lo sci disbosca.
Il basket e la pallavolo saranno sempre dalla parte giusta.
Il tennis è caro e overesposto.
Il golf è caro e basta.
La bici è da sfigati.
Lo sport tutto sembra soccombere sotto gli artigli delle maledicenze.
Il male del mondo. Eccolo l’abbiamo trovato.
Lo sport è la causa del male del mondo.
O forse È il male del mondo.
Che stupido che sei!, mi parla quel ghigno ormai stampatosi in faccia, davvero credi che sia lo sport il problema? Davvero pensi che il mondo graviti attorno ad una palla presa a calci dai piedi di tutti i colori del pianeta? Pff… Jacopino, piccolo, ricordati che c’è molto di più: mangi carne? sei un assassino, non la mangi? sei un rompi palle, bevi vini naturali? sei un radical chic, non li bevi? sei un anarchico, vai al Palio di Siena? che schifo, vai a La Notte della Taranta? sei complice dell’assassinio di una cultura, vai a drogarti? sei uno sfigato, vai da solo? alcuni ti ammirano, altri ti fuggono, stai in compagnia? sei tu che fuggi te stesso… la condivisione di ciò che fai, espone ciò che sei alla mercè dei mercanti del menefreghismo. Perché la questione non è il giudizio: tutti ne siamo vittime o carnefici. Il problema è che il giudizio, il mondo, non se lo tiene nel taschino, ma lo svende al mercato del consenso.
Capitalisti dell’orrore, abbiamo sostituito Maria Montessori e Marco Polo con dei Ponti, e ora ci ritroviamo senza né cure, né curiosità: ma pronti ad invadere l’altro con i colpi dei nostri pareri non richiesti.
Questo racconto è nato da una chicca, un momento preciso che ha scaturito in me il ghigno affamato della rabbia.





