Caro A.,
ti scrivo una lettera, e già sto mentendo: prima ho messo le dita sulla tastiera… è un mondo al contrario: faccio la brutta al pc e la bella su carta. Non so più scrivere su carta.
Ti scrivo perchè, come sai, faccio tanta, troppa fatica, ad esprimermi. E, seppur mi manchi tremendamente, la scrittura resta ancora il mio posto sicuro.
Vorrei fossimo più vicini, quando siamo lontani.
Vorrei fossimo più vicini, anche quando lontani non siamo.
Mi fa male aspettare per 5 ore una tua risposta. Dirti che mi piacerebbe essere con te, ma tu non ci sei.
E vorrei tanto fregarmene, vorrei tanto riuscire a dire “Albus è così”, ma non ci riesco, non sempre.
Come la volta della Slovenia, anche sta volta, tu parti e stacchi.
VELENO
Chi sa scrivere indica la via: 1: Stile essenziale. 2: Trova una prospettiva originale − meglio se è soltanto tua. E 3: Non censurarti.
Parole di Carrère, uno che di scrittura ne sa qualcosa, e pure di firmacopie intasati che mannaggia al bosco quando ho accettato di occuparmi di logistica in eventi editoriali.
- Stile Essenziale.
Hai presente il Castello di sto cazzo di VIllafranca di Verona? No? Io neanche prima di questo fine settimana.
Sono incappato in un lavoro del quale non avevo proprio bisogno, ma essendo di indole tendenziosa e generosa, ho pensato anche per il mio portafoglio, immaginando che invece a lui avrebbe fatto piacere una trasfertina nella variopinta Pianura Padana.
Chissà se l’Unesco ha mai pensato alla Pianura Padana come insidia alle Sette Meraviglie del Mondo Naturali. Se sì, sarebbe forse la volta buona che metterei in discussione la mia democristiana fiducia nelle istituzioni. Brutta, vecchia, priva di quel guizzo naturale che salva lo gnu dalle fauci del coccodrillo. Vomitevole quando ci corri dentro, tra i suoi campi coltivati a sua immagine e somiglianza, e maleducatamente ossessionata dai soldi.
Tra le mura del Castello ho riempito le orecchie di cerume indie-pop: gnocca, figa, business venture, networking, Audi Q8, Trento DOC… vocaboli molesti, e qui giudico, figa se giudico.
Lo Stile Essenziale di una terra priva di sussulti. Di un portafoglio svuotato della sua missione originale: contenere, anziché sbranare. Di una vision che è profitto, e una mission che è perforza.
- Trova una prospettiva originale − meglio se è soltanto tua.
La mia prospettiva esterna è una tavolo quadrato, nero e appiccoso.
Davanti la scritta CASSA in alto, CASSA in basso, BAR in alto.
A sinistra sei gonfiabili di svariate forme e misure.
A destra un palco, quattro teste mobili, quattro strobo, un dj e tanta tantissima musicaccia. Eppure ieri, alla Tribute band degli 883 mi sono pure emozionato… la mia prospettiva originale, soltanto mia.
La mia prospettiva interna è terribilmente lamentosa.
Nella tasca della gola ho uno strozzino che saltuariamente mi chiede il conto delle sue maledicenze. È forse è arrivato il momento di pagare: con la rabbia e col silenzio. Me ne sto zitto mentre mostro al mondo la mia bontà, a me stesso la mia cattiveria e ad A. la mia viltà. Vorrei che fossi più presente quando siamo lontani, è la frase più scarna e innocente che potrei/dovrei dirgli. Ma poi inevitabilmente inciampo nel ping-pong del Tu vs Io, dove chi perde è il noi (alla faccia della prospettiva originale…). Inciampo e non mi limito a cadere: ruzzolo dal pendio accumulando forza e violenza.
“Che me ne faccio di un Daje eh?”
…
- Non censurarti.
“Mi fai il culo ogni volta che faccio un evento, poi tu te ne vai in vacanza e sistematicamente: Ja staccherò il tel, devo riposare.”
“Dobbiamo normalizzare 4/5 ore di ritardo per avere una risposta?”
“Possiamo chiudere una conversazione prima di staccare?”
E via con una serie di ingiurie cattive, cattivissime, di quel me che sono solito censurare, ma che mi avvelena le interiora riempendomi la testa di pensieri, le giornate di gesti irresponsabili e gli occhi di lacrime nervose da vittima sacrificale.
«Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado all’edicola a comprare il giornale, e qualcuno mi domanda che cosa faccio, come niente dico che sto andando all’opera. È terribile»
Il giovane Holden, J.D. Salinger
Come Holden, mi costruisco uno scudo contro il male del mondo. Lui le bugie, io le accuse.
Non censurarti.
Male del mondo che sono ripetutamente io, e gli altri, gli altri, ed io.
Non censurarti.
Perché penso che tutti ce l’abbiano con me. Che lo facciano apposta.
Perché penso io stesso di farlo apposta, subdolamente apposta.
Non censurarti.
Fino a smidollarmi.
Avvelenarmi la gola.
Lo stomaco che si gonfia di tensione.
E le gambe che si muovono imperterrite: sù e giù, sù e giù, sù e giù.
E mi taccio.
Chiedendomi se il terzo comandamento di Carrère valga solo per la scrittura.
Se i fogli bianchi, le penne, i blog, siano un’invenzione delle persone cattive.
E se io sia davvero destinato alla cattiveria.





