UN NON-LUOGO

por | Feb 2, 2025 | Febbraio 2025

“Entonces cómo te sientes? Qué te parece hasta ahora?”, si era girata verso di me Rosa, the big boss of Proava, and also mine.
“Super guay. Tengo mucha buena suerte nel estar aquì”, io ancora claudicante con lo spagnolo, mentre alternavo la messa a fuoco tra lei in primo piano e la tavolata di persone importanti con le quali ancora non mi sentivo a disagio. “Y sabes lo que me gusta mas?”, desideroso di condividere, “que siento una muy buena energia entre las personas.”

Il tavolo contava dodici persone, chi dei piani alti della Federazione Sommelier di Spagna, chi fondatore dell’associazione degli enologi, chi assaggiatore, chi manager di due ristoranti a Madrid… un pot-pourri di donne e uomini che “sapevano il fatto loro”, pensavo.

Lo sfondo di tanta carne, barbe e vestiti era il ristorante Mo de Movimiento di Madrid: un luogo figlio di un teatro e della mente libera e creativa dei suoi abitanti. Un luogo dove i camerieri si muovono in pigiama e il bagno è il set di un film di Kubrick; e dove mangiare è il risultato di un melodico processo che suona la stessa canzone dalla terra al piatto.

“Claro”, mi fece Rosa in risposta alla mia meraviglia, “porque todas las personas sentadas en esta mesa valen.”
Un attimo di pausa.
“TODAS, valen.”, rivolgendo lo sguardo verso di me, già pronto ad innabissarmi nel disagio dell’interrogativo: che ci faccio qui?.

Yo también, valgo.

CHILOGRAMMI DI PAROLE

Quando mi hanno detto che sarei dovuto andare a Madrid ho subito pensato al quadro. Che ci fossero due fiere, un’innumerevole sfilza di ore di lavoro, la distanza, la socialità, la stanchezza… che ci fossero tutte queste variabili nel gioco, non sembrava poter mettere in discussione la mia ferma volontà di andare al Prado.

“Hasta qué hora vamos a trabajar?”, avevo domandato ad Isa poco prima di partire.
“Hasta la tarde, algo asì.”, lei senza troppo credere in quella risposta.

Giovedì sveglia alle 5:45, doccia fulminea, meditazione istantanea e un’inaspettata attesa alla fermata del bus. Non sapevo ci fossero i metal detector in stazione, ho pensato poco prima di salire sul treno. Poi il vuoto di un paio d’ore di scomodi e rapidi sonni, e l’arrivo puntuale nella capitale spagnola.

Il tappetino per fare yoga comprometteva ogni mio tentativo di viaggio confortevole, costringendomi a fermarmi ogni dozzina di metri per ridargli un nuovo equilibrio sulla valigia. Il cielo faceva l’inverno e i rumori dei passi veloci della gente attorno a me mi richiamava all’attenzione: biglietto. Metro 1. Metro 8. Feria de Madrid. Questo è il piano.
Arrivo in fiera dopo essere inciampato in una pozzanghera: un solo paio di scarpe, avevo osato, pagando fin da subito quell’azzardo. Il nostro stand si chiamava Gastro-qualcosa e consisteva in un grosso rettangolo diviso in due parti: quella aperta con un tavolo per uno show-cooking e una ventina di sedie per il pubblico, e quella chiusa all’interno della quale era stata montanta un’efficientissima cucina. Io, indeciso e mal indirizzato, decido di ciondolare tra quei due spazi, trasfrormandomi in scioltezza da cameriere ad assaggiatore, da runner a aiuto-cuoco, da normopeso a…

Fitur prima e Madrid Fusión dopo: i due festival nei quali avremmo dovuto lavorare portando la cucina valenciana.

La solita intensità dei festival si era trascinata con sè qualsiasi spiraglio di tempo libero, così arrivederci Prado, ci riprovo domani, ma il venerdì è il copia incolla del giorno prima, con un’ora di sonno in più e il senso di colpa sempre più persistente nel mettermi a confronto con le forme del mio corpo.

Ne devo parlare con la mia psicologa, penso, salvo poi ricordarmi di non averle ancora risposto al messaggio per fissare la nostra prima seduta.

Venerdì sera mangio del pesce avanzato da uno dei mille mila cuochi invitati a cucinare in fiera, ma sarà un’irresitibile femme fatale di Cava a prendersi lo scettro di colpevole. Mi sento goloso e appesantito, così rincaro la dose, regalandomi ancora un Rosco de Loja: un Pan di Spagna asciutto e sottile, farcito con una “crème pâtissière” a base di sciroppo e semolino di grano, ricoperto da una meringa semisecca (➡definizione ufficiale). Dioniso che mi fa l’occhiolino (➡definizione non-ufficiale).

Sabato entro in fiera riposato e ne esco ormai rassegnato che il Prado sarebbe diventato un grosso rimpianto. Le giornate lavorative avevano ormai assunto la forma geometrica di un cubo grosso e pesante posizionatosi esattamente tra la sveglia della mattina e il programma post serata. Non c’era nessuna possibilità che riuscissi a presentarmi al museo per le 17 (orario consigliato per mettersi in coda in attesa che aprissero le porte per gli ingressi gratuiti). Così mi arrendo e, seppur senza appetito, ordino un menù hamburgher di kimchi + patatine + gallette, dal ristorante appena aperto di alcuni amici di Isa; da bere uno dei migliori bianchi Denominazione di Origine di Valencia: El Árbol Blanco di Fernández Pons, un passaggio in Rolls Royce con in cassa May Ninth dei Khruangbin.

La domenica rincara la dose con una sfiziosa cena da Varra, tradottasi poi con un 19 Crimes Chardonnay d’Australia: una scazzottata minerale ai bordi della lingua. “Il dopo cena sarà tua responsabilità”, aveva deciso Rosa, che mi affidava più incarichi di perdizione che tasks lavorative. “Vamos en el Harvey’s”, dico al tassista rivelando il mio piano a tutto il team. Se Madrid rappresenta per me un non-luogo, l’Harvey’s Cocktail Bar sembra volerne scappare, nascondendosi nei sotterranei di un anonimo quartiere residenziale gentrificato. Al suo interno il colore è il rosso e il profumo è la cannella, ed io per non sbagliare domando Campari e creatività.

Lunedì è l’ultimo giorno, nonché il primo della nuova fiera Madrid Fusiòn. Ormai rassegnato all’idea di tornarmene a Valencia senza aver visto il quadro, mi gioco il jolly preguntando ad Isa se posso spostare il treno al martedì.
“Dile a Monica”, lei senza troppe attenzioni, e in poche ore un messaggio mi notifica il cambio: c’è speranza! Approffito della mattinata “con meno incarichi” per dedicare le mie stanche attenzioni ad una masterclass sui vini vulcanici: due bianchi di Bodega Hatzidaki (Santorini, Grecia), 2 bianchi di Suertes del Marqués (Tenerife, Islas Canarias, España), e una bianco e un rosso di Bodega Antônio Maçanita (Azores, Portugal). Un vaggio durato un istante tra i sapori minerali che raccontano del mare in un bicchiere. Affascinante, ma mi aspettavo di più… Esco dalla sala di degustazione alla ricerca di un caffè, ma Isa mi intrappola nell’ennesimo calice di bianco con crianza: desisto, annuso, assaggio.

Una scritta attira prepotentemente la mia attenzione: “Gabriel García de Oro: Construcción de Marca y Storytelling.”
Anzi, una parola attira prepotentemente la mia attenzione: “Storytelling.”
Ritiro ogni mio proposito di ingrassare trattenendomi dall’assaggiare prodotti mai incontrati, per dirigermi alla sala Wine Edition, dove l’ex sommelier de elbulli, Ferran Centelles, chiacchiera con Gabriel García de Oro, esperto in storytelling emozionale, sull’importanza del racconto, nel mondo dei vini e nel mondo degli umani. E mentre una slide raffigurante le emoji delle 6 emozioni primarie (????????????????????????) creava un ponte tra l’ascoltatore e l’ascoltato, io mi ero già perso nel fantasticare rosee carriere da giorovago narratore.

Ma non sarebbero stati i vini, non la passione sentimentale per la parola, non la mia prima volta con un Cafè Asiatico a distrarmi dal mio obiettivo: dovevo andare al Museo del Prado e dovevo farlo subito.
“Te apetece una cervecita?”, si immette Isa nella corsia di sorpasso.
No. No me apetece manco per niente, pensavo di aver risposto.
“Claro! Vamos!”, poi la realtà dei fatti.
Così un ultima doble, con gli occhi sull’orologio e la leggerezza di chi già sa a chi addossare le colpe dell’eventuale fallimento.
Abbraccio Rosa, riempo lo zaino di altri due vini, e mi lancio in metropolitana.

Sono stanco. Stanchissimo.
Forse puzzo.
Ho una valigia nella mano destra, uno zaino stracolmo che mi distrugge le spalle e quel maledetto yoga mat che continua a cascare dalla assai ridotta busta di plastica.
La pioggia di stamattina ha fatto dei miei capelli un puzzle ancora inscatolato.
Ma la mia falsa determinazione è sufficiente a spingermi passo dopo passo all’uscita sbagliata della metropolitana.
Per fortuna me ne accorgo in tempo, e dopo aver sprecato un biglietto, mi rimetto in carreggiata.
Ho un piano: esco una fermata prima di quella del Prado, vado al Parque del Ritiro, mi siedo su una panchina, mi faccio una zanchetta, cerco un bar per fare pipì, e con una mezz’oretta di anticipo sull’apertura dei cancelli mi metto in coda.
Va tutto liscio, se non per il parco chiuso per il troppo vento, per un errore nel calcolo dei tempi e per la necessaria decisione di rimandare la pipì a una volta dentro il museo.

Una volta di fronte al Prado fatico a vedere la fine della coda.
Rinuncia Jacopo, vai direttamente da Marcolino, mi suggerisce la parte di me autosabotatrice.
Col cazzo!, risponde il Rocky Balboa che abita nel mio ipotalamo, mo’ ti metti in coda e aspetti! Almeno ci provi, cazzo! Sei arrivato fin qua, stanco, sfinito, spappolato… se deve essere sconfitta che sia Knock Out!
Hai ragione Rocky, e cammino fino all’ultima persona in coda.
Sono le 17:20 e mancano 40 minuti all’apertura dei cancelli: la noia si apposta al bordo del fiume come il coccodrillo che osserva una mandria di gnu pronta ad attraversarlo.
Col cazzo!, ritorna Rocky in pompa magna, sono mesi che mediti! Ora ritrova il tuo centro e goditi il presente!
Un guru sto Rocky! Ma dov’eri tutto sto tempo?
Lo ascolto, mi metto le cuffie e seleziono un paio di pezzi scritti e raccontati da me: se ti fossi imbattutto per la prima volta nella lettura di questo blog, è bene che tu sappia che all’anagrafe i miei si sono dimenticati chiamarmi Narciso.
Devo fare pipì.
Il tempo scorre lento.
La mia voce mi riporta a st’estate.
Ma in fondo va tutto bene.

Inizia a piovere.
Ormai sono un guru anch’io, e impassibile lascio che la pioggia faccia di me quello che vuole.
Cucinami. Affogami. Strozzami, Purificami. Sono tutto tuo Adad, Tefnut, Hyades a qualunque altra divinità tu rappresenti.
Persino il cielo, ormai pronto a tramontarsi, sembra volermi convincere che anche il non-luogo Madrid sia un bel posto.
Per una attimo ci casco.
Fino a quando un ombrello rosa mi copre la testa.
Sono troppo guru per distrarmi, e impassibile finisco di ascoltare il mio pezzo in cuffia. Dopo un paio di minuti spengo il telefono, e mi volto: “Gracias”, e un sorriso.
“De nada! Si no te mojarías!”
Accanto a me un uomo, Pepe il suo nome, mi avevo donato quella stessa gentilezza che mi ero promesso di allenare.
Chiacchieriamo e scopriamo entrambi che siamo lì per un piccolo regalo che facciamo a noi stessi: lui per l’esposizione temporanea Darse la mano, e io per un quadro, uno solo: Il Giardino delle delizie, di Hieronymus Bosch.
Il tempo passa, la pioggia anche e la coda sembra sciogliersi sotto la ricomparsa di un timido sole.
Di fronte alla cassa le nostre strade, la mia e quella di Pepe, si dividono: “Al final alla derecha.”, mi dicono gli addetti alla sicurezza, mettendomi in mano un biglietto diverso da quello di tutti gli altri.
E adesso che ho fatto?, mi domando, senza riuscire a capire perché sia stato spedito dall’altra parte della strada.
Appena giro l’angolo, un’altra coda si frappone fra me e l’ingresso secondario. La combo valigia + zaino + yoga mat mi aveva fatto vincere un ulteriore controllo ai metaldetector.
Mi allineo al gruppo di asiatici di fronte a me e aspetto.
Aspetto.
Aspetto.
Superato il varco, una freccia mi indica il guardaroba: sono felice! Sono dentro al Museo e finalmente posso liberarmi di tutta l’oggettistica che mi portavo appresso. Via tutto, tutto tranne la macchina fotografica.
Mi dirigo al centro informazioni con fare deciso e minaccioso: “Donde està El Bosque?”, (lo chiamano così in Spagna).
“Mira, en la habitación 56a”
“Vale, gracias.”, e mi volto con un solo obiettivo in testa.
Dieci passi e torno indietro.
“Y el baño?”
“Aquì a la derecha”
Prima la pipì poi il quadro.
Tiro l’acqua, mi lavo le mani, mi rimetto le cuffie questa volta per ascoltare una canzone non mia.
La stanza 56a è vicina, vicinissima, e la raggiungo in fretta.
Mi guardo attorno… di Bosch neanche l’ombra. Mi muovo spaesato nelle sale vicine, ma niente. Tanti quadri bellissimi ma non Il Giardino delle Delizie.
Incontro un’addetta alla sicurezza e le domando dove lo posso trovare.
“Allí a la izquierda”, mi dice lei mentre già me n’ero andato.
Cammino veloce fino ad incontrare il varco alla sinistra: senza esitazione e con un carico di aspettativa capace di rovinare qualsiasi piccolo capolavoro di realtà, entro nella sala 56a.
Di fronte a me le spalle di una calca di persone in controluce spezzano in due il quadro: dalla mia posizione riesco a vedere solo la metà superiore illuminata. Già così è bellissimo.
Sono tranquillo. Non sento nessuna tensione nel corpo né alcuna imposizione della mente. So dove sono, e questo è sufficiente per restituirmi tutta quella presenza della quale avevo bisogno per riuscire a godere di tanta bellezza.
Mi posiziono al fondo della calca, esattamente in corrispondenza del centro del quadro. Sono l’ultimissimo, credo, e da tale posizione scatto un paio di foto alla piccola porzione che riesco a inquadrare: scattale adesso, che dopo, quando sarai davanti, te lo vorrai godere appieno, penso.
La fila si smuove, la gente si defila e io lentamente avanzo, mantenendo salda la posizione centrale. Il quadro si rivela sempre di più, passo dopo passo, e giunto a metà strada decido di scattare un’ultima fotografia.
Prendo il telefono.
Imposto lo zoom.
Metto a fuoco.
Ma dal rumore di fondo della musica che avevo nelle orecchie sento un grido indistinto.
D’un tratto una mano si frappone fra la camera e il quadro, e il grido, ora ben più definito, mi investe: “No photo here! No photo!”
L’agente della sicurezza mi guarda in cagnesco mentre io, ingenuo, ci metto un attimo per riatterrare nella realtà.
Intasco il telefono chiedendo timidamente scusa, e nel farlo, mi ricordo della macchina fotografica analogica che portavo al collo. Senza pensarci, la indico, domandando al mio predatore: “Y con esta tampoco?”.
Se avesse potuto mi avrebbe risposto: “Ma coglione!”, ma le barrierei linguistiche e quelle professionali lo avevano indotto a lanciarmi solamente uno sguardo di sfida.
Capisco. Mi arrendo. E ritorno alla conteplazione del quadro.
I dettagli fanno a gara per quel tanto conclamato istante di celebrità: uccelli che nutrono uomini, uomini che vengono mangiati da uccelli… cerchi di renne, conigli feticisti, fiori cagati da culi messi lì in bella vista: Il Giardino delle Delizie è l’ecografia meglio riuscita della mente umana, capace di balzare vertiginosamente dal soave al disgustoso, e viceversa. Le tre ante (comunemente identificate con Paradiso, Purgatorio, Inferno) raccontano dell’atomica unità del bene e del male: tutto è uno, e tra il tutto vi è anche l’uomo. Custode di nefandezze e venditore di bigiotterie.

Dopo una ventina di minuti lascio in eredità il mio posto in prima fila centrale a un altro essere animato di questa galassia.
Cerco Chicos en la playa, di Joaquìn Sorolla, ma un cartello mi dice che è stato inviato in prestito ad un’altra galleria.
Fallisco.
E rientro nella catarsi di quel non-luogo che è Madrid.

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