LA NONNA

da | Ago 8, 2024 | Agosto 2024

La Nonna.

Quel giorno arrivai in ritardo: avevo lavorato la sera prima e con la scusa mi ero dilungato in chiacchiere in qualche bar sulla strada.
“Voi andate, io vi raggiungo.”, la più classica delle formule per rubare un altro po’ di libertà, avevo detto ai miei genitori che, premurosi, mi avevano chiesto se volessi viaggiare con loro quel giorno.
Inevitabilmente fui in ritardo, e al mio arrivo erano già tutti seduti a tavola con il piatto di antipasti già iniziato, appena iniziato, già finito.
Poco fu lo scalpore, così poco da suscitarne invece parecchio in me che, al contrario, mi aspettavo quanto meno un paterno rimprovero: sono un adulto di quasi trent’anni, io me ne dimentico, ma gli altri no per fortuna.
Così saluto senza troppo apparire, mi siedo nell’ultimo posto rimasto, e inizio anch’io a comporre il mio ruolo nella scena. Trangugio gli antipasti nonostante non ne apprezzassi la troppa carne e mentre mi allineo con il resto del tavolo nell’attesa del primo, tiro fuori la macchina fotografica appena comprata.

Stacco. Non ne capisco niente di fotografia. Né tantomeno di macchine fotografiche.

È la comunione di mia cugina, ma la mia mente mi dice che la protagonista sarà la nonna. Provo a ricordarmi le dritte datemi da Marylin sugli ISO, l’esposizione, l’otturatore, bla bla bla… tentativo vano, o quanto meno troppo faticoso per poter essere realmente corso.
Cerco la nonna, cerco la luce.
Prima la nonna e poi la luce.
Tutto il resto è un frastuono di movimenti e chiacchiere, e mi piace così.
Mi piace che ci sia poco di a fuoco nelle cose: perché è bello avere un focus, ma è anche bello perdersi talvolta.
L’esercito di vetri sul tavolo è schierato e restituisce quella luce altrimenti alla mercé del solo finestrone sullo sfondo.
La gente è distratta, ordina da mangiare, si alza, ascolta… la gente fa la gente, e nel mescolarsi di azioni, rumori e personaggi, mi piace immaginare che la nonna, allo stesso modo, faccia La Nonna.

Click, scatto.
La Nonna è al centro.
Il resto è in continuo movimento.

Va tutto bene. Va tutto tremendamente bene.

Due scene alle Olimpiadi mi hanno inculcato questo mantra nella testa: l’espressione di una saltatrice dell’est Europa che smetteva di sorridere solo per dare spazio alla smorfia dello sforzo, e il modo attraverso il quale un’atleta americana parlava a sé stessa prima della rincorsa.
Sorrisi e parole.
Questi gli sketch che mi hanno cambiato la prospettiva negli ultimi giorni.

Perché in fondo sorridere costa poco e parlarsi ancora meno, così ci ho provato e mi sono ricordato delle due atlete, specie quando magari ero sfinito dopo una serie di turni consecutivi a lavoro.

Va tutto bene. Va tutto tremendamente bene.

E a furia di ripetermelo e di sorridere, a furia di dirmi “bravo Jacopo”, dopo aver portato a termine tutti i piccoli obiettivi di giornata, le cose davvero sembravano andare bene. Niente di speciale, nessun Gratta&Vinci vinto, solo piccole normalissime cose che anziché soltanto fatte venivano anche riconosciute.
Sei andato in bici a lavoro Jacopo? Daje e sorriso
Non hai bevuto alcool Jacopo? Daje e sorriso
Hai lavorato al tuo documentario? Eddaje e sorriso
Piccole normalissime cazzate svolte con l’attitude di un atleta.

Tutto rose e fiori fino a quando, come nel miglior romanzo di formazione che si rispetti, entra in scena l’antagonista della storia. Improvvisamente, uno dopo l’altro, una serie traboccante di crolli: il parabrezza della macchina distrutto dalla grandine, il perno dei pedali della bici rotto sulla strada verso il locale, la metropolitana chiusa, la vacanza estiva messa in discussione da un lavoro last minute della mia mate di viaggio, l’esclusione della mance al ristorante, l’Erasmus che non entra, la tenda in possesso di Maurino che però si frantuma una gamba e non me la può più riportare… goccia dopo goccia anche il sorriso più raggiante stava per essere inondato dalle lacrime nevrotiche della resa.

“Piano Jacopo.”, il modo attraverso il quale parli a te stesso…

Il mattino seguente mi sveglio alle 6:30. Mi sento sconfitto e l’ansia è già ospite del mio corpo. Decido di mettermi in moto e cammino (i piedi, ormai unico mezzo a disposizione rimasto) con diverse ore d’anticipo verso il ristorante dove alle 10:30 avrei dovuto iniziare il turno. Della mezz’oretta di passeggiata non ricordo niente: solo pensieri pensieri e pensieri. Sono sopraffatto. Incastro una colazione con Renato e gli elenco le mie disgrazie mentre lui fa lo stesso con le sue. Manca empatia: ci sta, siamo stanchi. Ci salutiamo e preso da un barlume di lucidità decido di tornare ad essere un’atleta.

Delle tante storie che sento raccontare sullo sport c’è sempre una costante a reggere il peso immenso della prestazione: la disciplina. Jacopo è il momento della disciplina questo. Con ordine divido i problemi risolvibili da quelli per i quali non posso farci nulla, e con metodo li posiziono in sequenza. Pur senza smoking, suono al campanello della mia testolina: “Tu sei Jimmy giusto?”

Per prima cosa chiamo Rossella, la mia mate di viaggio: come due cani ci ringhiamo l’uno contro l’altro e il frastuono e troppo forte per poterci permettere di ascoltare. Ci va tempo ma le acque si calmano e, tornati umani, riscopriamo il potere dell’empatia.
“E uno.”, il modo attraverso il quale parli a te stesso…
Ho mezz’ora prima di attaccare a lavoro, così mi prendo tutto il tempo per sporcarmi le mani di grasso e provare a sistemare il perno della bicicletta. Non ho competenze, non ho tecnica, ma ho tanta calma. I pedali girano. La catena segue.
“E due.”, il modo attraverso il quale parli a te stesso…
A lavoro sono cotto e il nervosismo occupa uno spazio vistoso della cucina. A fine turno c’è fissata una riunione: tante belle parole, team building, squadra… le faccio mie e vado dal responsabile a chiarire il mio dispiacere per essere stato escluso dalle mance. Non intasco nulla, ma ho un peso in meno e un collega in più: non tutto si può risolvere, ma questo dispiacere non mi appartiene.
“E tre.”, il modo attraverso il quale parli a te stesso…
Poi incastro una sequela di impegni: rullino, fotografie, e macchina che intanto il babbo, a sorpresa, aveva sistemato. Tutto torna quando sorridi. Così diventano quattro, cinque, sei…

Prendo due birre.
Domani penso a Maurino, alla valigia e all’Erasmus.
“Me ajusto la vida”, come dice Flo.
Sì, me ajusto la vida.

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