“… farai l’amore per amore,
o per avercelo garantito?”
Questa volta non mi spiazzi più Faber.
Eppure ci sarebbero tutti gli ingredienti per una, l’ennesima, messa in discussione su quali colori usare per dipingere il proprio destino. C’è la notte, la solitudine, la zanchetta, la mancanza. C’è tutta la scenografia affinché si consumi la replica del solito dramma.
Ma stavolta no, mio caro Faber.
Grazie per la domanda.
Ma c’è dell’altro al di là dell’illusione delle garanzie.
LA CONTRADDIZIONE
Sono giorni di grandi letture.
Herman Hesse ricuce le fila di due attimi distinti e lontani, nello spazio e nel tempo, ma vicini nel loro ritorcersi anaconda al corpo della madre. La prima volta fu la morte a parlarmi di lei: potrei andarmene proprio adesso, e se così fosse, sarei al di là delle sensazioni della carne e dello spirito, mi dicevo nella lingua del sangue. Ma fu l’immagine di mia mamma, distrutta dal corpo esamine del figlio, a ridestarmi e riportarmi alle cellule della mia cameretta nascosta tra le mille dei miei coinquilini. La seconda volta fu Licenza, e una macchina in panne, ad offrirmi lo spettacolo di un monologo scritto dalle note tese verso l’immagine di lei: madre, ritmo, religione, e ritorno al nucleo vuoto ed immobile delle cose. E se oggi vivo, allora, non posso che spiegarmelo così: la sto ancora cercando.
Burbank_poetry, che nel mio (ahimè o spero) nuovo social preferito, scrive di Gaza e della Palestina, come di un paradosso: ormai incerto se ontologico e immaginifico. Un paradosso all’interno del quale la ridondanza della lente del mondo esporta fame e remote job: così che mentre la gente spara, la gente muore, la gente manifesta, la gente naviga, la gente si oppone, la gente si indigna, e suona i clacson perché le strade sono chiuse, e suona i clacson per sostenere coloro che quelle strade le chiudono; mentre il mondo si rincorre in un ciuf ciuf di azione-reazione, un ragazzo fa il personal trainer online dalla striscia di Gaza, per chissà quale gymbro (e questo è un giudizio, lo so), del pianeta.
E così capita che quando hanno attaccato la Global Sumud Flotilla io me ne stavo al bar a bere Barbera Nebbiolato, a lamentarmi della grappa al miele (nonostante fosse quella buona, di Cortemilia), a incedere sulle ore riempite da poco sonno e tanti fumi. Così che quando hanno attaccato la Global Sumud Flotilla, ero troppo stanco per manifestare, e mentre dirigevo il mio corpo verso casa, parlavo a me stesso con voce carica di pietà (e questo è un altro giudizio, lo so): i tuoi valori valgono meno delle ore di sonno, Jacopo? i tuoi valori valgono meno del fatto che domani lavori, Jacopo? i tuoi valori… BASTA! Ho urlato, assicurandomi di non sentire, coperto dallo sbattere della porta.

E prima di andare a dormire, ho rincarato la dose, coinvolgendo le chat dei superstiti del mio indomito naufragio.
La contraddizione.
Tema libero.
Svolgimento:
Lascio la pagina in bianco. Indosso le cuffie ritrovate e approfitto del sole in pausa pranzo per ascoltare un po’ di musica e fare indigestione di vitamina D. Olivia Dean suona spensierata, Sam Garrett suona mantrico, Fulminacci mi ridesta dal mio assopirmi in Piazza Arbarello e come un Topolino che fischietta con le mani in tasca, ascolto: Tanto come ho sempre detto, Non c’è niente che prometto, Sì però, Poi mi sono contraddetto ASPÈ, CHE? Ha detto “contraddetto?”, ci risiamo. Segnali, segnali, segnali…
Perché contraddittorio è tutto.
E lo spiega bene Gianfranco Sardinaschi, in Entertainment – Cute – Panasonic, quando scrive:
Se intrattenere significa esistere, per alcuni significa sopravvivere. Perché mentre Netanyahu fa il suo show, paradossalmente, proprio per attirare l’attenzione del mondo, i palestinesi sono costretti a trasformare la propria tragedia in intrattenimento.
E mi vomito addosso che contradditorio è il sistema che da macro diventa micro, stipandosi nello spazio irrisorio del pensiero di ciascuno di noi. Come fa a starci tutto? Dalle bombe alla busta paga? Dagli aiuti umanitari alla crisi diplomatica?
Se un insieme di barche sono, esse stesse, tutto il contrario di tutto.
Se una marea di persone scese in piazza è, essa stessa, tutto il contrario di tutto.
Se pure il 7 ottobre è, esso stesso, oggetto di presa di posizione.
E mentre lo viviamo, viviamo instancabili la vita di tutti i giorni, fatta di ritardi, di amori, di cene, di messaggi non risposti… il tutto nello stesso calderone. Così che scendere in piazza diventa una forma di socialità: una birra, una zanchetta e una passeggiata in compagnia… e pure qua “no, non va bene! Così perde di senso il significato della protesta.”, e allora ginocchiere, volto coperto e mascherina… ma poi “così fate passare una manifestazione pacifica, per un’insurrezione violenta!”, giusto, incasso… ma quindi?
Scrivo Free Palestine sull’angolo dello specchio del bagno.
Non dà noia a nessuno.
Nemmeno al mio riflesso.





